26 aprile 1986: gli uomini coraggiosi nel disastro di Chernobyl

Sul disastro di Chernobyl si è scritto tanto, ma forse non tutti conoscono la storia degli uomini che quella notte del 26 aprile 1982, si offrirono volontari per l’operazione antincendio più disperata che la storia ricordi. Con questo articolo vogliamo onorare la memoria di quegli uomini coraggiosi.

Il disastro di Chernobyl fu un incidente nucleare catastrofico. Si verificò il 26 aprile 1986 nel reattore n.4 presso la centrale nucleare di Chernobyl nei pressi di Pripyat, in un territorio che allora era parte della Repubblica socialista sovietica ucraina dell’Unione Sovietica (URSS).

Durante una prova di sicurezza a tarda sera che simulava un guasto, i sistemi di sicurezza furono deliberatamente spenti. Una combinazione di difetti di progettazione inerenti il reattore, unita alla superficialità con cui gli operatori del reattore ignorarono i protocolli di prova, portò a una reazione incontrollata che riscaldò l’acqua presente nel reattore in pochissimi secondi, trasformandola istantaneamente in vapore e generando l’esplosione e il successivo “incendio” di grafite. Questo “incendio” produsse fumi per circa 9 giorni. Sulla base delle stime redatte in seguito, la quantità di materiale radioattivo rilasciato in questa fase di “incendio” molto caldo, risultò paragonabile ai prodotti di fissione liberati nell’atmosfera dall’esplosione iniziale. Tutto questo materiale radioattivo liberato precipitò nei mesi successivi su gran parte della superficie dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale.

L’incidente di Chernobyl è ad oggi l’incidente nucleare più disastroso della storia, sia in termini di costi che di vittime.

I livelli di radiazione

I livelli di radiazione nelle aree più colpite dell’edificio del reattore vennero stimati a 5,6 roentgens al secondo (R / s), equivalenti a più di 20,000 roentgens all’ora. Una dose letale per l’uomo è di circa 500 roentgens (~ 5 Gy) per 5 ore, per cui in alcune aree dell’impianto, i lavoratori non protetti ricevettero dosi fatali in meno di un minuto. Eppure, un dosimetro capace di misurare fino a 1000 R / s  era presente nella parte crollata della struttura. Purtroppo, però, tutti i dosimetri presenti nell’impianto erano tarati sul valore di 0,001 R / s e quindi leggevano i dati “fuori scala”. Così, lo staff in servizio al reattore accertò che i livelli di radiazione erano solo in qualche punto al di sopra di 0,001 R / s (3,6 R / h), mentre in realtà i veri valori di radioattività erano molto più alti.

A causa delle inesatte letture dei valori, il capo equipaggio del reattore, Alexander Akimov, dedusse che il reattore fosse intatto. La presenza di pezzi di combustibile, di grafite e di reattore che si trovano intorno all’edificio venne completamente ignorata e le letture di un altro dosimetro attivato intorno alle 04:30 furono sottovalutate con l’ipotesi che il nuovo dosimetro fosse difettoso. Akimov rimase con il suo equipaggio nell’edificio del reattore fino alla mattina successiva, ordinando ai membri del suo equipaggio di provare a pompare acqua nel reattore per il raffreddamento. Nessuno di loro indossava un equipaggiamento protettivo. La maggior parte di essi, tra cui lo stesso Akimov, morì a causa dell’esposizione alle radiazioni entro tre settimane.

Il contenimento dell’incendio

Poco dopo l’incidente, giunsero sul posto i primi pompieri ​​per cercare di estinguere i focolai presenti intorno all’impianto. I primi a raggiungere la scena fu la squadra in servizio presso l’impianto di Chernobyl sotto il comando del tenente Volodymyr Pravik, morto il 9 maggio 1986 a causa di una malattia legata all’esposizione a radiazioni acute. Nessuno sapeva, né veniva specificato da alcun avviso quanto fossero radioattivi il fumo e i detriti, e probabilmente in prima battuta si pensava che l’incidente non fosse altro che un normale incendio elettrico: “Non sapevamo che fosse esploso il reattore, nessuno ci aveva segnalato nulla”.

Vigili del fuoco lavorano sul tetto dell’impianto.

Grigorii Khmel, l’autista di una delle autopompe intervenute, ha poi descritto quello che è successo:

Siamo arrivati intorno alle due meno un quarto del mattino… Abbiamo visto detriti sparsi ovunque. Misha mi chiese: “Ma…è grafite?” Io allontanai un detrito con un calcio. Ma uno dei pompieri sull’altro camion lo raccolse. “È caldo” disse. I pezzi di grafite erano di dimensioni diverse, alcuni grandi, alcuni piccoli, abbastanza visibili da essere raccolti… Non sapevamo molto delle radiazioni. Anche coloro che lavoravano nell’impianto non avevano un’idea chiara. Nei camion avevamo terminato la riserva d’acqua. Misha riempì una cisterna e cominciammo a salire in cima alla struttura. I ragazzi della squadra che sono saliti sul tetto – Vashchik, Kolya e altri, e Volodya Pravik – … saliti con la scala … sono morti e non li ho più visti.

Il vigile del fuoco Leonid Telyatnikov, riceve la medaglia al valore. Morirà due anni dopo a causa dell’esposizione alle radiazioni.

Anatoli Zakharov, un pompiere che si trovava a Chernobyl dal 1980, offrì una diversa descrizione nel 2008:

Ricordo di aver scherzato con gli altri, “ci deve essere una incredibile quantità di radiazioni qui, saremo fortunati se siamo tutti ancora vivi domattina”.

Dichiarò inoltre:

Naturalmente sapevamo! Se avessimo seguito i regolamenti, non ci saremmo mai dovuti avvicinare al reattore. Ma era un obbligo morale, era il nostro dovere farlo. Siamo stati come kamikaze, offrendo la nostra vita in sacrificio per gli altri.

La priorità immediata era quella di estinguere gli incendi sul tetto dell’impianto e l’area intorno all’edificio contenente il reattore n. 4 per proteggere il reattore n. 3 e mantenere intatti i suoi sistemi di raffreddamento. Gli incendi verro estinti entro le 5:00, ma molti pompieri ricevettero elevate dosi di radiazioni. Il fuoco all’interno del reattore 4 continuò ad ardere fino al 10 maggio 1986; Secondo le stime, è probabile che oltre la metà della grafite sia stata bruciata dall’incendio, con danni enormi per il territorio circostante.

Il fuoco fu estinto grazie a un intervento combinato di elicotteri che lanciarono dall’alto circa 5000 tonnellate di sabbia, piombo, argilla e boro utili ad assorbire i neutroni emessi dal reattore di combustione e mediante l’iniezione di azoto liquido nell’impianto. L’operazione non fu priva di incidenti. Il regista ucraino Vladimir Shevchenko catturò in un filmato il tragico incidente di un elicottero Mi-8, quando il suo rotore principale si impigliò al cavo di gru da costruzione, causando lo stallo dell’elicottero che precipitò nel reattore danneggiato, portando con sé tutto il suo equipaggio di quattro uomini. Oggi sappiamo che in realtà l’operazione di neutralizzazione del nucleo fu praticamente inutile, poiché nessuno degli ammortizzatori di neutroni raggiunse effettivamente il nucleo.

Grazie alle testimonianze oculari dei pompieri coinvolti, raccolte prima di morire (come riportato sulla serie televisiva CBC Witness), fu descritta in dettaglio l’esperienza dell’assorbimento delle radiazioni come “la penetrazione di un metallo”, una sensazione paragonabile a quella di chiodi e aghi che penetrano su tutto il suo volto .

L’esplosione e l’incendio liberarono nell’atmosfera particelle di combustibile nucleare e prodotti di fissione molto più pericolosi, isotopi radioattivi come cesio-137, iodio 131, stronzio-90 e altri radionuclidi: i residenti dell’area circostante osservarono la nuvola radioattiva per tutta la notte.

Le attrezzature a disposizione comprendevano bulldozer e carrelli robotizzati utili a rilevare la radioattività e a trasportare detriti caldi. Valery Legasov (primo vice direttore del Kurchatov Atomic Energy Institute di Mosca) dichiarò, nel 1987: “Abbiamo appreso che i robot non sono il grande rimedio per tutto: dove sono presenti radiazioni molto elevate, il robot cessa di essere un robot, l’elettronica smette di funzionare“.

I mezzi antincendio e militari abbandonati nei dintorni di Chernobyl, resi inutilizzabili dalle radiazioni.

Sequenza temporale degli eventi

1:26:03 – l’allarme antincendio è attivato
1:28 – arrivo dei vigili del fuoco locali, stazione di Pravik
1:35 – arrivo dei pompieri da Pripyat, stazione di Kibenok
1:40 – arrivo di Telyatnikov
2:10 – incendio del tetto della turbina
2:30 – i principali incendi sul tetto del reattore sono stati soppressi
3:30 – arrivo dei vigili del fuoco di Kiev
4:50 – incendi soprattutto localizzati (ad eccezione del fuoco contenuto all’interno del reattore 4, che ha continuato a bruciare per molti giorni)
6:35 – tutti i focolai sono estinti

Annuncio e evacuazione

La vicina città di Pripyat non fu immediatamente evacuata. I cittadini continuarono a vivere per diversi giorni secondo la loro quotidianità, completamente ignari di quanto fosse accaduto. Tuttavia, entro poche ore dall’esplosione, decine di persone si ritrovarono ammalate. In seguito, riportarono gravi mal di testa e un “gusto metallico in bocca”, insieme ad attacchi incontrollabili di tosse e vomito.

Poiché l’impianto era dalle autorità di Mosca, il governo dell’Ucraina non ricevette informazioni tempestive sull’incidente. Valentyna Shevchenko, allora presidente del Presidio della Verkhovna Rada Supreme Soviet della SSR Ucraina, ricorda che il Ministro degli Affari Interni dell’Ucraina Vasyl Durdynets le telefonò alle ore 9 del mattino per segnalarle le principali notizie della giornata; solo alla fine della conversazione aggiunse che c’era stato un incendio presso la centrale nucleare di Chernobyl, ma che era stato spento e tutto andava bene. Quando Shevchenko chiese “Come stanno le persone?”, Durdynets rispose che non c’era niente di cui preoccuparsi: “Alcuni stanno festeggiando un matrimonio, altri stanno facendo giardinaggio e altri pescano nel fiume Pripyat”. Per nulla rassicurata, Shevchenko telefonò a Volodymyr Shcherbytsky, capo del comitato centrale della CPU, che chiese di inviare sul posto una delegazione della commissione statale guidata dal vice presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS.

Una commissione venne costituita lo stesso giorno (26 aprile) per indagare sull’incidente. Fu diretta da Valery Legasov, primo vice direttore dell’Istituto Kurchatov dell’energia atomica, e coinvolse il principale esperto nucleare Evgeny Velikhov, l’idrometeorologo Yuri Izrael, il radiologo Leonid Ilyin e altri. Volarono all’aeroporto internazionale di Boryspil e arrivarono alla centrale la sera del 26 aprile. In quel momento, due persone erano già morte e 52 erano ospedalizzate. La delegazione dimostrò che il reattore era stato distrutto e livelli estremamente elevati di radiazioni avrebbero causato una serie di feriti e probabilmente altri morti. Nelle prime ore del 27 aprile, oltre 24 ore dopo l’esplosione iniziale, fu ordinata l’evacuazione di Pripyat. Inizialmente si decise di evacuare la popolazione per soli tre giorni; in seguito l’ordine di evacuazione fu reso permanente.

Intorno alle 11:00 del 27 aprile, i bus arrivarono ​​a Pripyat per avviare l’evacuazione. L’evacuazione ebbe inizio alle 14:00. Segue un estratto traduzione dell’annuncio di evacuazione:

All’attenzione dei residenti a Pripyat! Il Comune informa che, a causa dell’incidente nella centrale elettrica di Chernobyl, nella città di Pripyat, le condizioni radioattive nelle vicinanze stanno peggiorando. Il Partito Comunista, i suoi funzionari e le forze armate stanno prendendo le misure necessarie per combatterle. Tuttavia, al fine di tenere le persone al più sicuro e più sano possibile, con priorità ai bambini, dobbiamo temporaneamente evacuare i cittadini nelle città più vicine della regione di Kiev. Per questi motivi, a partire dal 27 aprile 1986, ogni condominio disporrà di un autobus, scortato dalla polizia e dai funzionari della città. È consigliabile prendere con sé i documenti, alcuni oggetti personali vitali e una certa quantità di cibo. I dirigenti delle strutture pubbliche e industriali della città hanno redatto l’elenco dei dipendenti che rimarranno a Pripyat necessari per mantenere gli impianti in funzione. Tutte le case saranno custodite dalla polizia durante il periodo di evacuazione. Compagni, lasciando temporaneamente le vostre residenze, assicuratevi di aver spento le luci, le apparecchiature elettriche e l’acqua e chiudete le finestre. Mantenete la calma e siate ordinati durante questa breve evacuazione.

Per accelerare l’evacuazione, i residenti furono invitati a portare con sè solo ciò che era necessario a vivere lontano da casa per tre giorni. Non tornarono mai più a Pripyat.

Il monumento che ricorda i vigili del fuoco intervenuti quella notte.