Fuoco prescritto contro gli incendi boschivi: prevenzione, protezione e addestramento. L’intervista a Luca Tonarelli.

di Marcello Gatto

Abbiamo intervistato il Dottore Forestale Luca Tonarelli (Dream Italia), esperto di incendi boschivi. E’ responsabile dal 2007 della struttura de La Pineta, Centro di addestramento antincendi boschivi della Regione Toscana, unico centro in Italia dedicato a questo rischio, ed è uno dei coordinatori del gruppo della gestione degli incendi boschivi della SISEF – Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (https://sisef.org/gdl/incendi-boschivi).

Intervistatore: Abbiamo appena saputo di aver anticipato l’intervista di pochi giorni rispetto alla televisione…

Tonarelli: Si, è vero. Il 14 agosto saremo in prima serata su RaiUno per uno speciale di Superquark sugli incendi boschivi e sulle strategie per affrontarli.

I: Sarà una puntata sicuramente da non perdere. Ma partiamo dall’inizio, cos’è il fuoco prescritto ?

T: Difficile riassumerlo in poche parole. Forse mi conviene iniziare dalla definizione che abbiamo adottato in Toscana ma che è poi uguale a quella riportata in altre leggi regionali: Il fuoco prescritto è definito come l’applicazione consapevole ed esperta del fuoco su superfici pianificate, con adozione di precise prescrizioni e procedure operative, per ottenere effetti desiderati e conseguire obiettivi integrati nella pianificazione territoriale. Provo a spiegarlo meglio. Il fuoco prescritto è uno strumento di prevenzione degli incendi boschivi, è una tecnica, uno strumento di gestione, è selvicoltura preventiva ma anche molto altro. La definizione ci dice che consiste nel bruciare, da parte di personale esperto, formato e addestrato, aree pianificate. Significa che vado ad eliminare combustibile in zone in cui esiste un piano e una autorizzazione, che indicano obiettivi, e condizioni operative per raggiungerle. Tutto questo deve essere fatto sempre in maniera congiunta con gli obiettivi e con i vincoli dettati dalla pianificazione di quel territorio.

I: Da un punto di vista normativo, il fuoco prescritto è sempre applicabile?

T: Esiste un articolo ben scritto del Prof. Giovanni Bovio e del Prof. Davide Ascoli, intitolato “Fuoco prescritto: stato dell’arte della normativa italiana” dove si fa una dettagliata raccolta e ricerca delle varie normative regionali sul tema, dei Piani Operativi antincendi boschivi, dei piani dei parchi. Non esiste una legge nazionale che tratta questo tema quindi le norme sono variegate e presentano grandi differenze tra regione e regione con varie carenze. Nessuna regione lo vieta, quasi tutte lo definiscono. La Regione Campania ha una legge regionale dedicata interamente al fuoco prescritto (LR 20/2016) con successive linee guida con prescrizioni tecniche emesse dalla Direzione Generale Politiche Agricole Alimentari e Forestali regionale. La realtà però è che purtroppo questo tema in Italia, anche per tortuosi complessi normativi, viene trattato molto poco e con scarsa attenzione. Credo di poter dire che oggi la Regione Toscana è l’unica che utilizza questo strumento come strumento integrato della propria pianificazione territoriale. Le superfici sono basse, però in crescita.

I: E Toscana a parte, le altre regioni come si stanno muovendo su questo tema?

T: Prima della Regione Toscana alcune regioni hanno sperimentato il fuoco prescritto. La regione Sardegna con il Corpo Forestale di Vigilanza ambientale regionale (in particolare con il Dottor Delogu) ha utilizzato questo strumento salvo poi dover rinunciare per variazioni normative legate ai piani e ai regolamenti locali. Anche la Regione Piemonte ha avuto diverse esperienze sul tema, che purtroppo si sono fermate negli ultimi anni. Altre progetti sono stati realizzati in Campania (nel Parco del Cilento e nel parco nazionale del Vesuvio) e singole esperienze in Friuli Venezia Giulia, in Liguria, in Calabria. Dietro a tutte queste esperienze, talvolta supportato operatavimente da professionisti francesi/portoghesi, c’è sempre stato il Prof. Davide A           scoli, sicuramente il più grande esperto italiano in materia. Il Prof. Ascoli è stato anche determinante nella formazione del sistema toscano e degli istruttori del centro di addestramento di Regione Toscana. Tutto il personale lo ringrazia continuamente per quanto è riuscito a trasmettere in termini di professionalità e cultura ecologica sul tema.

I: E negli altri stati europei il fuoco prescritto viene utilizzato?

T: In alcuni paesi sono 30 anni avanti a noi con questa tecnica. 30 anni di esperienze che ci sono tornati moto utili in termini addestrativi e di studio, potendo accedere allo studio di articoli scientifici, valutazioni ecologiche, conseguenze del fuoco nei vari ecosistemi. Esiste davvero una quantità infinita di materiale, esperimenti, monitoraggi, lavori sulle conseguenze sulla fauna, sul suolo, sulla vegetazione, sull’atmosfera, sulla salute degli operatori, solo per citare gli studi più ricorrenti. Purtroppo esiste poco in italiano, molto materiale è americano, australiano, spagnolo, portoghese, francese. Se su google cerchi prescribed burn trovi più di 20 milioni di risultati, se lo digiti nel motore di ricerca scientifico di google, google scholar, trovi più di 280.000 pubblicazioni sul tema. Non diciamo che manca materiale e che dobbiamo ancora sperimentare. Dobbiamo solo studiare molto. E capire dove e come può essere utile applicare queste tecniche nel nostro paese. Dobbiamo solo capire se la nostra società è culturalmente pronta, se c’è la volontà di approfondire e studiare questo strumento che abbiamo a disposizione. Io e lo staff degli istruttori Dream ormai da oltre 10 anni ci formiamo e ci addestriamo all’estero e partecipiamo a realizzazioni di fuochi prescritti per vedere le varie organizzazioni, i contesti operativi, specie vegetazionali diverse, obiettivi diversi. Questo è indispensabile per crescere ed acquisire esperienza. Lo facciamo soprattutto in Spagna, Francia e Portogallo.

I: Hai parlato di interventi progettati, ma concretamente, cosa deve contenere un progetto di fuoco prescritto?

T: Esiste un libro dal titolo “La tecnica del fuoco prescritto” di Davide Ascoli e Giovanni Bovio, che lo spiega molto bene. Per farla breve fondamentalmente un progetto deve contenere un’analisi del luogo, degli obiettivi e del contesto. Fondamentale è uno studio della meteorologia locale, l’analisi dei modelli di combustibile presenti, del tipo di fuoco necessario per raggiungere l’obiettivo (o gli obiettivi) stabiliti e le prescrizioni meteorologiche. Quindi deve essere valutato il comportamento del fuoco in funzione dei parametri prescritti, magari appoggiandosi anche a software esistenti (firesite, flammap, pro-pinus…). Infine deve essere pianificata la parte operativa con analisi delle risorse, tempi di realizzazione, preparazione del cantiere, ruoli, tecniche di accensione previste, modalità operative e posizionamento mezzi e in certi casi, un computo delle spese. Non devono mancare indicazione per compilare schede operative e soprattutto un piano di comunicazione per cittadinanza ed addetti ai lavori. Questo ultimo passaggio è indispensabile e deve essere tanto più curato ed approfondito quanto più questa tecnica è sconosciuta localmente.

I: Esistono quindi delle condizioni ideali per poter applicare il fuoco prescritto ?

T: Certamente, esistono condizioni ben precise, vincolanti. Tutto questo deve essere indicato nel piano, che deve prevedere sempre una tabella in cui sono indicati i range di alcuni indicatori meteo affinché il cantiere sia realizzabile. Questi parametri (Temperatura, Umidità, vento in intensità e se serve, in direzione, indici di rischio locali, giorni dall’ultima pioggia, condizioni e umidità dello strato umifero) sono scelti in funzione del tipo e dell’intensità di fiamma di cui abbiamo bisogno. Viene da se quindi che definire bene le condizioni meteo, e rispettarle in sede di intervento, sono la prima e più importante condizione per la realizzazione e la buona riuscita di un cantiere.

I: Ci parli di come viene addestrato il personale di Regione Toscana su questi aspetti.

T: Regione Toscana ha un centro di addestramento antincendi boschivi, nel quale addestra il proprio personale. Vicino al centro c’è un piano di gestione dei Viali parafuoco, vera palestra per la formazione del personale. In Toscana gli incendi boschivi sia come prevenzione e previsione, ma anche come lotta attiva, sono gestiti dal settore forestazione, ormai unico caso in Italia. L’ufficio antincendi regionale di Firenze, coordinato dal Dott. Calvani, che è anche uno dei direttori di cantiere di fuoco prescritto, tra le molte cose, lavora in inverno seguendo tutti i lavori legati al fuoco prescritto: dai progetti, alle autorizzazioni, alle organizzazioni delle giornate di lavoro, preparazioni delle aree ed interventi. Penso sia proprio per questo motivo che questa tecnica, che lega indissolubilmente prevenzione e personale AIB, sia una tecnica ormai consolidata. Sono stati addestrati al centro regionale da Dream Italia, circa 40 progettisti, quasi tutti dottori forestali tecnici degli enti competenti la materia della forestazione, 12 direttori di cantiere di fuoco prescritto a cui si aggiungono 3 istruttori del centro di addestramento regionale, e circa 40 addetti alle torce, quasi tutti operai forestali e qualche volontario AIB. Ad ogni corso segue un numero di affiancamento sui cantieri diverso a seconda della funzione. Oltre ai corsi di formazione e addestramento, vengono realizzati cantieri addestrativi in diverse aree della Toscana. Queste aree, progettate ed autorizzate, stanno crescendo e ci danno sempre più possibilità di lavorare in ambienti e modi diversi. Quanto viene realizzato negli anni è molto variabile e dipende chiaramente dalle condizioni meteorologiche e per questo, da un anno all’altro ci sono grandi variabilità di numero di cantieri e superfici trattate. Ad oggi in Regione Toscana abbiamo realizzato oltre 50 cantieri di fuoco prescritto in realtà diverse. Andiamo dalle Pinete di marittimo della foresta regionale della Merse, Siena, al pino nero in Valdarno, aree post incendio aperte sui monti pisani ad ulex, erica e pino marittimo, rinnovamento di ericeti ed eliminazione di specie pioniere nel Pratomagno, all’interno di un progetto Life di nome “Granatha”, fino ad arrivare alle zone montane della Garfagnana con zone di interfaccia bosco-rurale (pascoli). La tesi del Dott. Forestale Pietro Balloni, realizzata un paio di anni fa, trattava la percezione del personale operativo sul tema. Interesse e professionalità stanno crescendo anno dopo anno. Sono stati realizzati anche cantieri addestrativi con altri sistemi regionali (corpo AIB Regione Piemonte) e con studenti universitari di Scienze Forestali. Ultimo aspetto importantissimo da sottolineare è che negli anni, questi operatori, sono diventati esperti nel comportamento del fuoco, nell’uso del fuoco e quindi sono stati poi addestrati e sono diventati GAUF, cioè personale addetto all’analisi e all’uso del controfuoco. Questa tecnica, che deve essere realizzata da personale esperto e formato, è sempre più importante, e in futuro sarà sempre più usata. Quando gli incendi sono molto intensi e quando ci sono risorse scarse per contemporaneità di eventi, questa tecnica diventa spesso l’unica possibile per contenere le superfici ed avere personale preparato è fondamentale per una buona riuscita delle attività di spegnimento e per la sicurezza. Credo di poter dire che alla luce dei buoni risultati ottenuti da Regione Toscana nella difficile estate 2017 (circa 900 incendi boschivi con circa 2.500 ettari di bosco bruciati) ci sia stato anche l’uso del fuoco da parte delle squadre GAUF.

T: Quali sono i vantaggi che questa tecnica può portare ad un sistema regionale antincendi boschivi ?

I: Ricordo bene nel 2012 quando un caro amico e un bravissimo tecnico di incendi boschivi spagnolo, Juan Caamano, mi disse che una organizzazione antincendi, arrivata ad un certo punto, se vuole crescere e migliorare, deve obbligatoriamente confrontarsi con il fuoco prescritto. Aveva ragione, per la Regione Toscana è stato un percorso molto lungo e difficile, faticoso e culturalmente lento, ma i vantaggi sono innumerevoli e importanti. Certo intraprendere questo percorso vuol dire raccogliere i frutti del lavoro dopo qualche anno. Tra l’inizio della formazione, i primi progetti e cantieri sperimentali, l’attesa per le autorizzazioni, i cantieri addestrativi, mi viene da dire un sistema può iniziare a lavorare con buoni risultati dopo tre anni. Gli operatori che in questi anni hanno partecipato attivamente alla realizzazione degli interventi di prevenzione AIB con fuoco prescritto hanno migliorato enormemente la loro consapevolezza sull’evoluzione del fuoco, la conoscenza della reazione al fuoco delle singole specie, le conseguenze sulla propagazione del fuoco di disposizione spaziale diverse di combustibili.Prevedere il fuoco è aspetto indispensabile anche e soprattutto durante gli incendi e poter fare pratica dirigendo o anche semplicemente osservando i cantieri di fuoco prescritto è un enorme vantaggio per gli operatori. Considera che al personale antincendi viene richiesta sempre più analisi, assunzioni di decisioni importanti, rapidi e efficaci interventi, sicurezza, ma quali sono le possibilità di addestramento pratico? Poter fare training con fuoco reale negli ambienti giusti, facendo prevenzione credo che non sia solo una buona pratica, ma che sia il punto di partenza per organizzazioni AIB efficienti e per avere personale più professionale, sicurezza e territori più resilienti in ottica futura. E ancora, meteorologia applicata agli incendi, affiatamento e cooperazione delle squadre, training fisico, cultura forestale e piro-ecologica. Addestramento, controllo fiamma, mezzi, attrezzature, miglioramento delle comunicazioni nell’uso della radio, uso del gps e dei gis, cartografia, momenti di briefing e debriefing, confronti, trasferimento delle lezioni apprese a tutto il sistema regionale. Inoltre bisogna pensare cosa porta di buono anche ai boschi. Prendiamo l’esempio dell’incendio del Vesuvio dello scorsa estate 2017. Esisteva un area precedentemente trattata con il fuoco prescritto la mortalità degli alberi è pari al 10%, mentre nell’area non gestita la mortalità degli alberi provocata dall’incendio del 2017 ha raggiunto il 100%. Esistono pubblicazioni e video su questo caso, ed esistono moltissimi altri esempi esteri simili.

I: E perché allora, con tutti questi vantaggi, è così poco usato il fuoco prescritto?

T: Bella domanda! Ce lo siamo chiesti moltissime volte nei tavoli di lavoro anche con le altre regioni. Provo a darti i motivi che secondo me sono i principali:

  1. Scarsa conoscenza dell’argomento, scarsa voglia di uscire dalla propria zona di “confort”. Questo è un argomento serio che richiede anni di percorso addestrativo, una pianificazione dei lavori, una formazione lunga e complessa, gente appassionata, obiettivi chiari e chiaramente risorse adeguate a questo progetto
  2. La mancanza d’intervento del legislatore nazionale che definisca una tecnica ecologicamente sana e utile per la prevenzione degli incendi boschivi.
  3. La paura delle responsabilità, visto che comunque sia un rischio residuo che il fuoco non possa sfuggire, purché minimo, resta sempre.

I: Perché secondo te ci sono molti contrari a questa tecnica, molti detrattori?

T: Guarda Marcello, con i nostri incontri realizzati attraverso i piani di comunicazione abbiamo incontrato di tutto. Generalmente la cosa che viene detta più spesso, è che sono pericolosi, dannosi, che “scappano come abbiamo letto sul giornale…”, ma sono tesi mai supportate tecnicamente. Fondamentalmente l’uso del fuoco divide; in alcuni viene fuori la logica, che Il Dott. Delogu descrive molto bene nel suo libro “Dalla Parte del fuoco ovvero il paradosso di bambi” del fuoco cattivo. Quello che la società ha trasmesso è che il fuoco è il male, il fuoco è il nemico da sopprimere sempre e comunque, e l’obiettivo è quello di eliminarlo dai cicli ecologici. In realtà ci sono tipologie di fuoco molto diverse e dipende tutto dalle condizioni in cui questi si verificano. L’ecologia del fuoco, July Pausas ne è grande maestro, è una materia complessa ed estremamente affascinante per sapere come siamo arrivati oggi, ad avere sul pianeta terra le varie specie e i vari popolamenti. Una cosa positiva è che in questi anni ho visto molte persone, e tra questi anche molti tecnici e politici, cambiare idea addentrandosi nella materia.

I: È possibile perdere il controllo di un intervento con FP? Chi pagherebbe gli eventuali danni?

T: Si, può succedere e nei vari Paesi ogni tanto è successo, mai con conseguenze gravi. Chiaramente dipende molto dal contesto operativo ma l’importante è addestrarsi, realizzare una completa ed esperta progettazione, una pianificazione operativa di tutto l’intervento, una sicura preparazione dell’area con linee di sicurezza, un impiego di personale esperto adeguato alla difficoltà dell’intervento, con obiettivo di ridurre allo 0,01 % questa eventualità. Un piccolo rischio residuo rimane sempre. Chi pagherebbe i danni? Certo dove la figura di direttore del fuoco prescritto è simile alla figura del DOS, si applicano le norme sulla responsabilità di questa figura e le normali tutele che un’amministrazione adotta per i propri dipendenti nell’esercizio delle loro funzioni.

I: Come si svolge una giornata standard di un cantiere di fuoco prescritto?

T: Innanzi tutto ti dico che sono giornate molto faticose per impegno fisico e mentale. Il cantiere parte come da progetto in orari che possono essere molto diversi, dalla mattina molto presto per sfruttare momenti con alta umidità e basse temperature, alla tarda mattinata per motivi opposti. Dopo un briefing in cui il direttore di cantiere espone gli elementi progettuali operativi, si assegnano sigle, compiti, il direttore decide come coordinare le varie figure. Esiste un organigramma ben definito con direttore cantiere, responsabile della sicurezza AIB con squadre e mezzi dimensionati alla difficoltà dell’intervento e al rischio, un responsabile delle torce con i relativi addetti all’uso del fuoco e un osservatore che monitora il cantiere a distanza e segue l’evoluzione meteo. Dopodichè si inizia, il cantiere è molto dinamico, è evolutivo e succede a volte di modificare qualcosa in corso per migliorare il tipo di fuoco o la sicurezza. Terminato il cantiere si realizza il debriefing, si analizzano le criticità, le eventuali lezioni apprese. Il fuoco prescritto però non finisce con la messa in sicurezza del cantiere. Mancano ancora cose molto importanti, come la perimetrazione dell’area per i data base, la compilazione da parte del direttore dei fogli richiesti e una valutazione a breve termine ecologica e selvicolturale dell’intervento. Infine il cantiere va monitorato nel tempo cercando di prendere dati e pubblicarli. In Toscana sono state realizzate 2 tesi di laurea dalla Dott.ssa For. Martina Pettenuzzo e dal Dott. For. Francesco Billi, adesso dottori forestali, sugli effetti del fuoco prescritto ed alcune differenze con interventi analoghi meccanizzati, nella zona in cui è stato creato nel 2015 il primo piano nazionale di gestione del territorio con uso di fuoco prescritto, nella foresta regionale de La Merse, a Siena.

I: Quali attrezzature servono per il FP?

T:Questo dovrebbe sempre dirlo il progetto. A grandi linee uno o più mezzi leggeri, uno o più mezzi pesanti, attrezzi manuali, torce, carburante, fettucce per delimitare e indicare i cambi di vento e strumenti meteo. Fondamentale è poi una lavagna per i momenti di briefing e debriefing. Le operazioni devono essere chiare a tutti e si deve sempre ridurre al minimo la possibilità che il personale interpreti male compiti e posizioni. A differenza di quanto è possibile fare durante gli incendi boschivi, abbiamo utilizzato anche droni per videoregistrare un cantiere di fuoco prescritto per avere una altro unto di vista, utilissimo anche in termini addestrativi del personale.

I: Il FP si può applicare in tutti i tipi di bosco ?

T: No. Il fuoco prescritto non è certo la panacea di tutti i mali della scarsa prevenzione. Questa tecnica non potrà mai essere applicabile ovunque per moltissimi motivi. Chiaramente dipende dagli obiettivi ma fondamentalmente può essere usata in spazi aperti cespugliati, in zone agricole, in zone di interfaccia, nella manutenzione di cesse o viali parafuoco, in boschi adulti con interventi sotto copertura anche se in questi casi risulta più complesso. Mi viene da dire che non è adatto ai boschi con sottoboschi alti ed infiammabili, nei boschi giovani, nei boschi di specie vegetazionali sensibili al fuoco, e molte latifoglie lo sono.

I: È stato fatta un confronto tra i costi di un intervento con FP e senza FP, in maniera meccanizzata? Prevenire con FP ha una convenienza monetaria?

T: Questo è altro tema molto caro alle amministrazioni. Intanto bisogna considerare il fatto che facendo prevenzione con fuoco prescritto, si sta facendo nello stesso tempo formazione e prevenzione. Quindi a seconda di quale sia il capitolo di finanziamento, l’altro lo hai gratis, e questo non deve essere sottovalutato, soprattutto negli attuali contesti economici, pensando alla razionalizzazione delle risorse. In Toscana in 2 anni, con la formazione, abbiamo praticamente realizzato un piano di gestione dei viali parafuoco gratuitamente. Non mi sembra aspetto da poco. I nostri 5 anni di esperienza sono ancora pochi per dare dati certi. Anche perché dipende molto dalle tipologie di aree trattate. Più queste sono piccole più sono costose, più ci sono criticità, meno è la “produttività”, sotto copertura per esempio le operazioni devono essere sempre molto più lente. Però in termini assoluti il fuoco prescritto è uno strumento meno costoso dell’intervento meccanizzato, e il suo costo può arrivare ad un quarto rispetto ad un intervento meccanizzato. I due strumenti andrebbero però confrontati, per completezza, anche per l’impatto che hanno su vegetazione, fauna, suolo ed atmosfera. E questo è uno degli obiettivi della Regione Toscana. Ci sono comunque molti studi esteri a supporto.

I: Cosa potresti dire per convincere le regioni italiane a provare questa tecnica?

T: Io non devo convincere nessuno. Questo strumento a noi ha dato miglioramenti inimmaginabili negli ultimi anni, ma, come ti ho già detto, bisogna crederci, crearsi una sana cultura sul fuoco, svincolata dai preconcetti che la società ci ha trasmesso e ci trasmette, investirci, rifletterci ma soprattutto avere una struttura tecnica e politica che supporta. L’unico consiglio che darei è infatti quello di non fermarsi alle “voci”, prima di valutare una cosa bisognerebbe conoscerla ed analizzarla bene sotto molti punti di vista. Il tema del fuoco prescritto può abbracciare molti settori, molte funzioni ecologiche importanti e solo attraverso la condivisione di esperienze e di professionalità diverse, si può avere un panorama completo. Quindi studiare, informarsi, cooperare e andare a vedere questi cantieri potrebbe essere molto molto utile per chi si voglia avvicinare a questa pratica selvicolturale.

I: Grazie Luca, sei stato davvero esaustivo. Credo che approfondiremo ulteriormente questo tema affascinante.

T: Grazie a te Marcello. Credo che poter parlare di questi argomenti, stimolare la curiosità, anche semplicemente permettere agli addetti ai lavori di porsi domande su questo tema sia un grande passo avanti.