Il fuoco: principio di causalità e società umana

di Valerio Tonini

Riportiamo di seguito un brano tratto da uno scritto di Valerio Tonini, ingegnere e scrittore italiano, filosofo della scienza. All’interno del testo si riporta come il fuoco segni il passaggio dalla società animale alla famiglia umana, intorno ad esso nasce il linguaggio. Il fuoco è l’inizio di un metodo tradizionale, di un lavoro associato per conservarlo, e quindi di una cooperazione economica.

Freud ha legato l’insorgere del principio di causalità col periodo dello sviluppo genitale; ed ha ragione. Noi stessi abbiamo altra volta opposto all’associazionismo e al probabilismo dello Hume il fatto che l’uomo sa che cosa vuol dire generare e la donna che cosa vuol dire partorire, e questi due fatti, come tutto il fare dell’uomo, formano la inderogabile esigenza della causalità, operativa prima di diventare teorica. L’uomo costruisce «logiche». Sul Logos assoluto prima, sulla logica dialettica poi, sulla logica dei contrari e sulle cosiddette logiche

(7) L’ormai troppo famosa frase di R. CARNAP: «nella logica non c’è morale» è, per
noi, soltanto una frase priva di senso. La critica di R. Carnap potrà essere tema di studi
assai utili.

polivalenti, molte discussioni sono state fatte. Eppure ogni logica ha per radice una sola logica; quel principio di causalità o di ragion sufficiente senza del quale nessuna «ragione» esiste e che può, nella sua più semplice espressione, enuclearsi in questa operazione: per fare questo, per ottenere questo risultato, devo prima fare questo, e se così non faccio, non ottengo nulla.
Infine oggi si chiede: ma allora, perché sorgono la logica e la dialettica degli opposti?
A chi ha seguito la nostra analisi verrà quasi naturale rispondere: esse sono inserite nel più profondo strato biologico di un organismo il quale reagisce a un ambiente e che si autoregola per vivere la sua situazione esistenziale.
Certamente il principio di causalità che alcuni logicisti credono di poter elidere tacciandolo di metafisico, è biologicamente radicato nel processo di generazione. Quel principio sarebbe elidibile solo se, prima di Aristotele che lo enunciò teoreticamente, non ci fosse stata la preistoria della lavorazione della pietra e specialmente della lavorazione dei metalli.
Abbiamo già più volte, e sotto diversi aspetti, riscontrato che tutte le cose che appartengono alla fattività umana (e quindi anche la logica) operano prelinguisticamente e prelogicamente, una conoscenza realistica; hanno cioè quella che nella Gestalt-psychologie si chiama «significatività originaria».
Ossia si pone la quasi-uguaglianza: operazione ↔ causalità.
Il problema logico-operativo del rapporto ora scritto non rientra nell’argomento del presente saggio: qui si vuol solo indicarne la sostanza bio-antropologica.
Per far questo è necessario fermarsi un momento a riflettere, sia pure in forma del tutto sommaria, sulla storia dell’evoluzione umana, il che servirà anche ad uscir fuori dal suggestivo ma pur contraddittorio garbuglio dell’antropologia freudiana.
Non è facile indicare dove la storia umana cominci: settecentomila anni a.C. sono comparsi i primi tipi protoantropi: Pithecantropus erectus, uomoscimmia a portamento eretto, tuttavia ancora più scimpanzé che uomo. Senza entrare in un discorso troppo difficile sull’origine e sulle prime forme che possano dirsi veramente umane, possiamo però chiamare già «uomo», il Sinantropo, che viveva in Cina, seicentomila anni a.C..
Il Sinantropo, già uomo e non più scimmia, conosceva il fuoco e il focolare, di cui si sono reperite tracce.
Proprio il fuoco può essere preso a segno dell’uomo, della storia
dell’uomo. Sul fuoco sarà fondata tutta la successiva civiltà dei metalli, matrice della nostra civiltà moderna. Tuttavia per circa mezzo milione d’anni, dopo la prima comparsa del Sinantropo, questo fuoco non è tecnicamente molto utilizzato dall’uomo; serve quasi soltanto a cucinare carne, e nel neolitico, appena ottomila anni fa, quell’uomo adopera ancora soltanto schegge di pietra che leviga
e lavora per farne strumenti rudimentali. Quindi un progresso tecnico e materiale minimo; ma un progresso sociale importantissimo che poi sembra sbocciare rapidissimamente in affermazioni artigianali, artistiche, culturali di una ricchezza enorme: mentre era occorso un mezzo milione d’anni per passare dalla pietra scheggiata alla pietra levigata del neolitico, alle prime lance in bronzo del 2000 a.C., nel 470 già nasce Socrate e tutto quello che noi uomini moderni oggi pensiamo, e già tutto contenuto nella storia della filosofia greca.
Evidentemente era già da un pezzo, da prima di Omero, che gli uomini pensavano quelle cose che la consapevolezza greca metterà in chiara luce. Non è azzardato dire che la struttura culturale umana, capace di quella evoluzione, si era formata intorno al fuoco, importantissimo sia per i popoli cacciatori, come per i pastori nomadi, come per gli agricoltori. Col fuoco si entra nella vera storia umana, e per due fatti essenziali che al fuoco sono intimamente legati: il fatto etico-sociale, e il fatto logico-operativo.
Il «fuoco» esige una sua conservazione e quindi il «non abbandono» del nucleo sociale. La comparsa del fuoco segna il passaggio dall’orda vagante al nucleo convivente e quindi implica una morale della convivenza oltre i limiti della semplice genitura. Negli animali i figli si distaccano molto rapidamente dai genitori, appena abbiano acquistato il modo di muoversi e di procacciarsi direttamente il cibo. L’orda primitiva può essere semplicemente un’associazione di caccia o di difesa. Ma il fuoco richiede, per i primi uomini sinantropi, una sua conservazione, perché il produrlo è assai faticoso, ed a questa accurata bisogna provvedono dei «conservatori» i quali ben presto assumono una figura particolarmente venerabile, di fiducia, sacrale. Questa necessità di custodia, di convivenza, di uffici prolungati, limita la libera irruenza ordalica. Il semplice istinto naturale e sessuale deve cominciare a concretizzarsi e codificarsi in una
limitazione giuridica della naturalità incontrollata. E, si noti, il «fuoco» è prima dell’agricoltura; e quindi la storia delle società umane e delle religioni che si fa generalmente coincidere, all’inizio con le esperienze della caccia e specialmente dell’agricoltura, dovrebbe piuttosto saldarsi con l’esigenza della conservazione e col culto del fuoco. Per la buona salute e sviluppo della «specie» un maschio non dovrà toccare le femmine del suo nucleo familiare e per le necessità di una pacifica convivenza sorgono anche quelle regole conservative per cui un maschio non dovrà toccare la femmina di
un altro maschio. Sono, queste prime due, leggi morali essenziali alla società umana (1).
Il fuoco segna così il passaggio dalla società animale alla famiglia umana. Il fuoco intorno al quale una tribù convive precede il linguaggio, cioè il codice simbolico convenzionale, attraverso il quale una tribù comunica. Il fuoco è condizione al linguaggio. Il fuoco è l’inizio di un metodo tradizionale, di un lavoro associato, e quindi
di una cooperazione economica.
Perciò l’origine della civiltà umana è da rintracciarsi più in là dell’uomo di Neanderthal che già aveva un linguaggio rudimentale (150.000 anni a.C.), e più in là dell’uomo di Heidelberg che ancora non possedeva il linguaggio articolato (450.000 anni a.C.); essa risale ben più indietro. Noi la definiamo appunto nel Sinantropo che sicuramente conosceva il fuoco; mentre i suoi predecessori, il pitecantropo, il megantropo e il gigantopiteco, non sono ancora uomini.
Il Sinantropo ha i caratteri corporei di una scimmia: assenza di fronte, niente mento; archi sopraorbitali enormi, cranio schiacciato. Ma insieme alle sue ossa, si sono rinvenute tracce sicure di focolari e di grossolani utensili di selce e d’osso. Il Sinantropo non parla linguaggio, ma lavora già intenzionalmente.
Precisare questo punto è di un’importanza essenzialissima non solo dal lato psicologico ed etico, ma nel più profondo senso di costituire il fondamento della logica umana.
Il primo principio che il Sinantropo o il suo successore pronuncerà un giorno, sarà il principio di causalità: io faccio questo. Il fuoco fa; cambia qualche cosa in altra cosa; un giorno forgerà i metalli: esso è ragione sufficiente del lavoro.
Il giudizio di ragion sufficiente nasce dalla causalità del «fare»; non è, come credeva forse Hume e come tuttora credono alcuni logicisti

(1) Il passaggio al nucleo familiare ed alle sue leggi morali essenziali (l’incesto è incompatibile con la vita di famiglia) è stato ben chiarito da B. MALINOWSKI, La sexualité et sa répression dans les sociétés primitives, trad. franc. Payot Parigi 1932.
Cfr. M. HAVELOCK ELLIS, Studies in the Psychology of Sex; A. C. BLANC, Il sacro presso i primitivi, Roma 1945. L’enorme bibliografia in materia si trova facilmente in opere generali ormai notissime.

che vorrebbero relegare il principio di causalità fra i principi metafisici, qualche cosa di assiomatico, una specie di ferro vecchio dogmatico. Esso è, prima, un fatto d’esperienza integrale e solo dopo sarà un’astrazione logico-operativa di questa esperienza.
Legando la morale umana e il principio logico a un solo elemento, che noi simbolizziamo nel fuoco (e il simbolo di Prometeo è antichissimo), ma che sta a significare «operazione della famiglia umana», forse è dato rifondare una essenziale filosofia ovvero saggezza della vita.
Gli utensili, gli strumenti, le armi dell’orda primitiva non  comporterebbero, di per sé, una società: la clava non è che un ramo strappato da un albero; un sasso lo sa scagliare chiunque. Ma il fuoco richiede e compendia molte altre cose. Istituire una analisi del profondo inconscio senza tener di questa tappa fondamentale primitivissima dell’evoluzione, vorrebbe dire compiere un taglio innaturale.
Quando Malinowski osserva che «quello che spinge gli uomini ad associarsi non è l’identità dei loro impulsi emozionali, né la similitudine delle loro reazioni, ma un’abitudine acquisita, sotto l’influenza di condizioni d’esistenza artificiali» dice forse troppo, con questa «artificialità» ma dice anche troppo poco perché quale può essere: l’abitudine che s’è imposta (artificialmente) a quel primo uomo? Essa è la necessità del fuoco. D’altra parte questa necessità
acquisita non si sarebbe imposta se fosse mancato quel concorde impulso emozionale alla convivenza, se non altro come solidarietà della lotta per l’esistenza.
L’uomo, dice Malinowski, è certamente destinato a vivere insieme.
Lo strumento, il simbolo definitivo di questo destino è il fuoco. E perciò diciamo che esso segna il passaggio dalle scimmie pre-umane all’uomo. Il mito di Prometeo non è gratuito.
Ma, osserva ancora il Malinowski, il «vivere insieme, data la non periodicità sessuale dell’uomo implica la formazione di barriere, di tabù». Questi divieti non sono dunque dati, come molti pretendono, dalla cultura; sono condizioni biosociali naturali. Più precisamente è il lunghissimo periodo infantile che obbliga l’uomo alla prolungata convivenza, al non abbandono della moglie, alla sacralità del matrimonio. Non è, tutto questo, un prodotto di sovrastrutture sociali o una variabile plasticità esclusivamente culturale. Plastiche e mutevoli saranno le forme, talora assurde e controproducenti, nelle quali la profonda realtà sociale si storicizza, ma quella realtà biomorale resta.
Alla «selezione» naturale degli animali (scelta della femmina) si aggiunge la permanenza della femmina scelta: quindi i dettami concernenti l’esclusività del possesso sessuale prescelto.
Così, in una più serena visione che non sia la innaturale psicopatia freudiana, si deve rifondare sulla natura della sensualità tipica dell’uomo e sulla forma altrettanto naturale di organizzazione sociale che ne deriva, la stessa «plasticità» degli istinti umani.
Alle cause puramente biologiche e filogenetiche degli avvicinamenti e delle scelte amorose, all’assenza di impulsi specifici limitati al tempo della foia, si accompagna il lunghissimo periodo di allevamento materno e di addestramento paterno e tutto ciò sul piano di una predisposizione alla biosocialità per cui questa si definisce in forme che, se variano da una società all’altra, non sono
dovute (come ancora lo stesso Malinowski vorrebbe) a regole culturali estrinseche, ma alla necessariamente lunga educazione del figlio. Il patriarcato si fonda su questa premessa, e il matriarcato non è che un’eccezione casuale e temporanea e aleatoria (o altrimenti una fissazione) che pur tuttavia cerca subito in altri tipi complementari di educazione (tribale, padrinato, e simili) l’insegnamento virile.
Rispetto alla vita sessuale animale (che pur soffre di scelte, gelosie, affezioni come l’umana), la base della sessualità umana viene modificata e riplasmata proprio dalla convivenza e dal tirocinio dei figli. Questo tirocinio diventerà sempre più lungo via via che la cultura aumenta.
L’attaccamento dell’uomo alla femmina prescelta, più lungo che nelle
scimmie, si realizzerà simbolicamente nella cerimonia matrimoniale che se è qualche cosa di esteriore e superiore ai legami biologici, costituisce altresì una salvaguardia sociale là dove fisiologicamente non c’è alcuna speciale regolazione endocrina della foia. Questa istituzione, che le successive culture sviluppano, realizza un fine biologico che sarebbe sciocco negare e perciò la morale matrimoniale non è un’invenzione convenzionale, soprastruttura ai fatti economici e alle abitudini: è prima di questi. Sembra che le religioni queste cose le sappiano assai bene.
Potremmo chiamare un vero e proprio bisogno culturale questa caratteristica biosociale dell’uomo di persistere nei legami familiari intorno al focolare, al di là della foia passeggera, intendendo che non è la cultura a condizionare il bisogno biologico, bensì questo bisogno
ne è la condizione necessaria e sufficiente di sviluppo. Anche qui potremmo usare il vocabolo «potenza».
Perciò il fuoco è il simbolo dell’uomo, dai tempi dei tempi. Col fuoco hanno inizio le grandi trasformazioni materiali che l’uomo ha imposto alla natura. Si pongono quindi alcune precisazioni: la struttura della famiglia e della società dipendono dalle modalità del nucleo biopsichico umano e solo la forma esteriore di queste modalità è variazionale in mutuo rapporto col «campo» sociale. Si definisce «campo sociale» l’insieme dell’organizzazione che si sviluppa in una determinata «gente». Questo campo è determinato da un insieme di «determinanti» in mutua relazione: posizione geografica, clima, geologia, vegetazione, storia, etc. Mediante astrazione, cioè per ragioni di indagine scientifica, si può concentrare l’attenzione su una sola di queste «determinanti» e studiare le variazioni del campo col variare di questa, nel tempo e nello spazio, ma nessuno di questi studi può pretendere a un completo esaurimento della descrizione del campo. Studi così fatti vengono raggruppati sotto il nome di morfologia sociale.
La morale sessuale fa invece contesto con la struttura della famiglia. Alcuni hanno voluto parlare, talvolta con accento denigratorio e sarcastico, di «complesso familiare». Se si vuol usare questa parola essa deve intendersi nel senso positivo che stiamo descrivendo; la patologia di questo complesso è la deviazione della sua «funzione» naturale.
Da quanto precede deriva un completo capovolgimento delle dottrine freudiane e una indispensabile integrazione delle successive dottrine che hanno voluto ampliare le vedute freudiane nella più ampia struttura sociale ed educativa, cioè nel campo culturale. In questo senso le ragioni reali e profonde di ribellioni, di risentimenti, di remozioni non vanno tanto ricercate nella sessualità
infantile (Freud) (2), quanto nell’esistenza del nucleo strutturale della famiglia; queste ribellioni, risentimenti e rimozioni non sono però un portato della morfologia sociale di un dato ambiente e di un dato periodo, ma insorgono nel seno dell’esistenza stessa di una struttura familiare necessariamente vincolativa.

(2) In ordine alla eccessiva importanza data dal Freud alla psico-patologia infantile notiamo che la stessa analisi del Malinowski va oltre quanto questo autore pensi, perché l’aver scoperto che le teorie «edipiche» del Freud assumono modalità diverse nelle diverse società, toglie quel valore psicologico generale attribuito alla sessualità infantile.

Già il Malinowski ha osservato che nelle società matriarcali della Melanesia, dove l’educazione e il tirocinio dei figli, che sono sotto la potestà materna, vengono affidati allo zio, fratello della madre, il quale fa le veci del padre per inculcare nel ragazzo gli imperativi categorici della vita sociale, i sentimenti di gelosia e di risentimento che il Freud vorrebbe far risalire al complesso di Edipo, si rivolgono qui contro questo zio.
Le ragioni profonde di queste ribellioni (che ove non trovino naturale maturazione danno luogo ai complessi tormentanti) nascono da questa situazione bivalente: la famiglia (e quindi la società) deve avere le sue regole: il ragazzo
giunto alle soglie della virilità deve affermare la propria libera individualità,
per essere uomo. Il conflitto fra l’insorgente libera volontà dell’individuo il
quale deve affermarsi, e il conservatorismo che pur deve regolare il nucleo familiare,
è, ancora una volta, espressione di quella bipolarità che sempre ritroviamo
al fondo di ogni fenomeno umano. L’importantissima cerimonia dell’iniziazione
virile la quale costituisce il simbolo di questa maturazione individuale,
ha appunto lo scopo, definendola con esaltante rituale nei modi e nel
tempo, di evitare incomposte e inconsulte e premature ribellioni. La stessa
crudeltà esaltante di certe manifestazioni rituali (inflizione di ferite, tatuaggi,
etc.) ha lo scopo di «scaricare» nel pathos liturgico i fermenti nascosti che accompagnano
la sete di liberazione dell’individuo che tende a emanciparsi dai
primi vincoli familiari e tribali: provvidenziale e tremendamente aspettata cerimonia,
nell’attesa della quale s’irrobustisce una volontà altrimenti costretta
ad una prolungata impotenza che potrebbe generare nefasti conati di rivolta.
Molta «gioventù bruciata» lo sarebbe meno, se l’attesa all’iniziazione della
virilità avesse ancora la robustezza di quegli antichi rituali. Anche in questo
riconosciamo un originario endopsichismo della volontà che ha plasmato le
strutture sociali in un modo che molti moderni psicologi non sembrano neppur
sospettare.
In conclusione la morale del complesso nucleo familiare è una formazione
funzionale, essa non è «dipendente» dalla struttura e dalla cultura d’una società
data: piuttosto è la «potenza» di questa cultura.
Anche senza voler risalire all’incerta famiglia primitiva cosiddetta ciclopeica,
la famiglia musteriana dell’uomo di Neanderthal che possiede un rudimentale
linguaggio già articolato, e fabbrica semplici utensili di selce e vive
nelle caverne, ha una sepoltura rituale e un culto dell’orso. Seppellire i morti,
costituire cioè una memoria e una tradizione, è un fatto che si lega a quanto
stiamo asserendo.
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La biosocialità naturale che abbiamo voluto precisare come fondamento
unico delle diverse forme etico-culturali è confermata dal fatto che alcune sue
costanti etiche peculiari non possono essere violate, e infatti non sono mai violate
da nessuna società salvo il caso eccezionale di degenerazioni e fissazioni
che costituiscono vere e proprie patologie sociali.
Tuttavia se questo è sufficiente a dare, per così dire, una ragione naturalista
alla morale, non spiega un altro grande fatto umano, l’insorgere della tragedia,
cioè la drammaticità di quella storia, che abbiamo simbolizzato in Edipo,
che passa dal tabù al fatto coscienziale.
Ma prima di affrontare questo tema (che tuttavia in questa sede non affronteremo
se non sotto il profilo del tutto generico di istinto di liberazione, o volontà
di perfezionamento, ch’è un elemento della reattività realistica) occorre
ancora una volta confermare nella cultura preistorica la nascita, oltre che
dell’eticità, anche dell’altro essenzialissimo e concomitante connotato umano:
la logica.
Questa logica si riduce come essenza, come abbiamo già detto, a un solo
principio fondamentale: se faccio questo, ottengo questo; e fatto ciò, non posso
più fare come se non avessi fatto niente. Questa la radice del principio di causalità
o di ragion sufficiente che fino ad oggi nessuna logica polivalente, nessuna
meccanica quantica o ondulatoria ha neppure lontanamente scalfito, checché
pretendano alcuni piccoli sofisti di terz’ordine.
Si pone così l’altro rapporto indeclinabile nella vita umana, rapporto che
lega etica e logica in una quasi eguaglianza: causalità ↔ responsabilità.
Questo rapporto nasce dall’azione, dal fatto che l’uomo compie atti produttivi,
che l’uomo sa che cosa vuol fare.
È da ritenersi che l’uomo di Heidelberg già sapesse, d’istinto, queste cose,
anche se in maniera non rigorosamente scientifica (come del resto non le sanno
parecchi nostri cattedranti): infatti l’ignoranza dei processi generativi comporterebbe
l’ignoranza della paternità, quindi impossibile la fondazione di una
famiglia. Cioè possiamo radicare la causalità anche più in là dell’attività artigianale,
dello allevamento degli animali della caccia; addirittura alle soglie biologiche
del «generare» e della reattività (3). L’uomo è già «razionale» quando
conosce la sua «generazione paterna», cioè la sua causa;
(3) Ove non si scenda a questa radice profonda la polemica metafisica sul principio di
causalità rimane sempre senza fine, come per esempio si vide anche nella discussione
alla quale io stesso del resto partecipai, sul principio di ragion sufficiente in Philosophie
néoscolastique et philosophie ouverte. Entretiens publiés par F. Gonseth. P. U. F.,
Parigi 1954. Lo stesso dialogo centrale fra Gonseth e il P. Ch. Boyer S.J. della Facoltà
di teologia dell’Università Gregoriana rivelò quanto anche in quella discussione si rimanesse
ancorati a mere petizioni di principio.
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e l’uomo è già costituito socialmente quando, secondo l’immagine freudiana,
ripudia il crimine totemico commesso dall’orda primitiva, ciò che è simbolo di
un grave pentimento di una gravissima colpa: il pentimento degli uccisori del
padre. L’uccisione del padre (volontà ribelle) e il legame incestuoso con la
madre sono i due crimini più facili ad esser compiuti nella convivenza tribale e
perciò occorre assolutamente espellerli dalla «specie umana» convivente in
tribù. Solo in questo senso, positivo, si può dare ragione a Freud che ravvisa in
quei tabù la causa primordiale della cultura, così come gli si può dare ragione
quando concomitante col periodo dello sviluppo genitale del ragazzo vede la
affermazione di un principio razionale, cioè dell’indeclinabile principio di causalità
o di ragion sufficiente.
Qualcuno, specialmente fra coloro che più s’interessano di teorie logiche (e
citiamo, ad esempio, il professor E. W. Beth, uno dei più rinomati cultori di
logica matematica, ma completamente avulso dal contesto vitale di ogni indagine
umana), qualcuno dunque propende ancor oggi a ripetere che il principio
di causalità è un principio «metafisico» e come tale piuttosto spregevole, in
quanto esso è creduto dai filosofi, volta a volta, «verità immutabile» «derivata
da una concezione teologica-antropologica univoca di una ragione cosmica»
(così pensa il citato Beth a proposito di Aristotele) o «prima verità» (Leibnitz)
o «idea innata» (Descartes), o «giudizio sintetico a priori» (Kant). In definitiva
tutte queste idee «curiose» sarebbero soltanto un sottoprodotto dell’induzione
aristotelica la quale ha formato una metafisica «tradizionale» che ormai sarebbe
tempo di rivedere (4).
Questa «revisione», la quale non fa invero che ripetere la lezione ormai
vecchiotta ma ben altrimenti sottile ed elegante di David Hume, sarebbe forse
possibile se l’età del bronzo non ci fosse stata. L’uomo che forgiava metalli
sapeva che per fare una lancia era necessario accendere il fuoco. La critica di
Hume al principio di causalità parte appunto dal presupposto errato, che già
altra volta ho denunciato, che il principio di causalità sia un principio «razionalista
» tratto da osservazioni su oggetti distaccati, mentre esso è veramente
un principio squisitamente operativo.
(4) Le parole fra virgolette sono di E. W. BETH, Les fondements logiques des mathématiques,
Paris – Louvain 1950.
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Il principio di ragion sufficiente, base della nostra umana razionalità, e come
tale indeclinabile, fa contesto con un giudizio elementare, realistico, di non
contraddizione – quello che è fatto è fatto (obiettività degli eventi) – e perciò
mentre sostengo che questo principio d’azione resta sempre come elemento
fondamentale di prova per ogni e qualsiasi «sistema di concetti» – devo pensare
che esso si è progressivamente enucleato e precisato proprio in forza di
quelle operazioni tecniche che sono alla base della cultura umana. Così come
la geometria euclidea nasce da alcune ripetute regole di costruzione artigianale
e di agrimensura, valide in quel determinato campo d’applicazione, la razionalità,
nel senso letterale di funzione della ragione umana, quando è veramente
razionale, è contestuale ad una esperienza attiva, di fabbricazioni, che è inscindibile
dalla storia dell’uomo. Perciò ben a ragione Aristotele supponeva un’induzione
partente dai dati della percezione sensibile (processo d’astrazione).
Che poi qualche logicista abbia travisato tutto questo e invece di compiere
operazioni abbia fatto della «operatività» la moderna «cavallinità», questa è
una moda transitoria. È ridicolo credere il principio di ragion sufficiente, radicato
com’esso è nell’esperienza effettuale, un principio soltanto «metafisico» e
opinabile. Esso è il primo dei principi logici-operativi e come tale esso ha la
forza di una necessità: io non posso, assolutamente, fare, che quello che è stato
sia come se non fosse stato. «Cosa fatta capo ha».
Altra volta abbiamo ricondotto il più raffinato principio astratto, quello dell’invarianza
matematica, all’esperienza uniforme delle operazioni artigianali.
Quando R. Dalbiez rivela le sue preoccupazioni filosofiche e intellettive con
questo allarmato commento: «toute psychologie empiriste aboutit à refuser à
l’homme le pouvoir d’accéder au vrai et ébranle les principes directeurs de la
connaissance» (5), ebbene noi diciamo che tale diffidenza verso una psicologia
naturalista è un controsenso. Non è da presumere artificiale la comune credenza
che vi sia una naturalezza spontanea e primitiva verso la verità del reale, una
conoscenza cioè non mediata, la quale potrà essere grossolana, sensuale e piena
di errori, ma pur dev’essere sostanzialmente giusta, perché sarebbe strano –
e molto improbabile – che l’uomo viva tutto di falsità. È la filosofia dell’uomo
comune, che è sensuale e razionale a un tempo. Qualunque teoresi, qualunque
fisica (scienza della natura) che sia in contraddizione con l’esperienza
(5) R. DALBIEZ, La méthode psychanalytique el la doctrine freudienne, Parigi 1949,
vol. I, p. 461.
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antropologica comune ha da essere ritenuta equivoca; qualunque teoresi più
raffinata sarà adeguata e superiore solo se complementare alla filosofia
dell’uomo comune. L’analisi operativa è ciò che appunto si deve e possiamo
fare – oggi meglio che ieri – per verificare l’idoneità di un’idea ed accettarne
la validità in un sistema concettuale appropriato. A questo scopo il criterio di
convergenza, come abbiamo indicato nell’Epistemologia, è fondamentale. In
questa sede abbiamo voluto verificarne soltanto la profonda consistenza psicologica.
Non condivido affatto l’opinione, molto diffusa, che gli uomini primitivi
non conoscessero, empiricamente, la causalità e l’individuazione, o facessero
uso di una logica difforme dalla nostra. La diversità fra la loro logica e la nostra
sta solo nel fatto che certe cause non erano ancora chiare, così come molte
altre cause non sono affatto chiare neppur a noi, onde quegli uomini tentavano
di dare delle spiegazioni ritenute allora sufficienti, alle quali spiegazioni annettevano
poi un significato generalissimo, quasi mitico, così come noi annettiamo
lo stesso significato generalissimo a certe nostre teorie fisico-matematiche.
Non sono mai riuscito a trovare nei testi di popoli viventi allo stato primitivo
che vi sia qualche cosa che possa far supporre equivoca la dizione «io» anche
là dove l’«io» vien identificato in una similitudine partecipativa con qualche
altra cosa. Le espressioni «io sono l’albero – io sono l’uccello di fuoco –
tu sei tutti noi» sono simboli che non confondono mai l’individuazione esistenziale
dell’io. Credo che anche su questo argomento si è fatta molta gratuita
letteratura in base ad una teoria, diffusa dal Lévy-Bruhl, la quale ha dato al sapere
magico, oracolare, divinatorio una precedenza chiamata prelogica rispetto
alle forme di sapere razionale e rigorosamente logiche.
In questo c’è un equivoco di supervalutazione di alcune formule speciali e
derivate, non primarie. Il primo sapere si forma con la fattività stessa di una
qualsiasi attività: artigiana, agricola, pastorale, venatoria. Abbiamo scritto in
ordine inverso a quello del loro probabile formarsi, la serie di queste attività.
Una necessità geometrica e matematica difficilmente si formerà nell’ambito di
una cultura pastorale, o venatoria, fino a che non sarà la tecnica stessa artigianale,
lo squadrare pietre, il tagliare tronchi, ad imporre certe «misure» ed a
promuovere le «regole» di una geometria agrimensoria che poi diventerà euclidea:
sorgerà allora una tecnica scientifica più raffinata, premessa della nostra
odierna civiltà meccanizzatrice. Invece la logica «causale» (che non è proprietà
matematica e che non ha niente
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a che fare col postulato delle parallele e con l’astrattezza teoretica delle geometrie)
ha radici più profonde ancora, nell’agricoltura e nella caccia; soltanto
che «la causa» è, in queste attività, molto più difficile a cogliere, molto più
aleatoria, e perciò trova nella magia «una sostituzione» esplicativa. L’uomo
alogico non sarebbe stato uno scheggiatore di pietre e non avrebbe chiesto la
causa dei temporali.
È dato osservare animali, come gli uccelli ed altri, che nei loro usi, nelle loro
migrazioni, nella loro acuita istintività naturale, nelle loro raffinatissime
possibilità uditive e olfattive (sembra, per esempio, che un delfino, in acqua,
percepisca a distanze enormi, e immediatamente, la presenza del sangue) sembrano
presentire avvenimenti meteorologici, onde non è del tutto alogica, per
esempio, la attribuzione di divinazioni al volo degli uccelli. La visibilità meteorologica
è del resto acuta in molti uomini (specialmente nelle donne) che
presentono temporali anche distantissimi con una sicurezza più che barometrica;
così come vi sono persone dotate di una precisa sensibilità diagnostica delle
malattie. Naturalmente le osservazioni sulla natura che si ricavano da queste
sensibilità sono incerte, mal-sicure, quanto difficili e ardue, cosicché esse richiedono
veramente un acutissimo spirito d’osservazione, congiunto a una
grande capacità d’intuito e di consapevolezza umana, il possesso delle quali
virtù ha reso stimata e venerata la professione del mago. Il mago non è il prodotto
di una società alogica e neppure prelogica; il costruttore di capanne possiede
le stesse norme logiche di un moderno radio-tecnico, egli fabbrica conoscendo
qualche cosa, e per quello che non può conoscere e che pur desidera
conoscere meglio (le vicende meteorologiche, le malattie, sono per lui importantissime)
si affida a qualcuno che attraverso una speciale sensibilità sembra
offrire una certa percentuale di probabilità favorevoli nelle sue risposte.
Senza entrare in merito a quelli che possano essere i principi direttori della
conoscenza e la loro progressività, il fatto di un’evoluzione psicologica certa ci
ha portato ad affermare l’iscrizione nei più profondi strati psicologici di una
capacità umana a «comprendere» la realtà. «Comprendere», non soltanto rappresentare;
la rappresentazione è soltanto una modalità del comprendere (6).
(6) L. WITTGENSTEIN, nel Tractatus logico-philosophicus scriverà: «Der Satz ist ein
Bild der Wirklichkeit». Ma ciò è valido solo se presume un Begriff, un comprendere,
direi quasi in senso fisico. Per una prima critica a Wittgenstein e ai suoi derivati cfr.
l’Epistemologia. Nel quarto quaderno di questa rivista, «Dopo il neopositivismo», torneremo
sull’argomento.
Istinto e antistinto
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Per vivere, l’uomo deve comprendere, così come, per vivere, si deve alimentare.
Non è possibile disobbedire alla realtà. Perciò non abbiamo paura a porre
questa ontologia del comprendere.
Gli uomini comuni pensano d’essere nel giusto quando, attendendo ai legami
fra mondo esterno e reazioni interne, parlano di ragione; ma se Pavlov ha
voluto studiare questi fenomeni (rapporti fra mondo esterno e reazioni ad esso)
ponendo attenzione alle glandole salivarie, vorremmo almeno considerare nello
sviluppo dell’uomo e della società umana, una certa naturalezza non peggiore,
in questa funzione del ragionare, della funzione salivale con la quale viene
minuziosamente garantita l’assimilazione delle sostanze più adatte alla vita
dello stesso organismo. La cosa più strana, direbbe un saggio buffone di Shakespeare,
è il fatto che la funzione del ragionare produca dei ragionamenti del
tipo freudiano che estromettono il ragionare dalle funzioni umane, onde, anziché
svilupparsi in una più precisa rispondenza e in una maggiore finezza di
adattamento, la psiche umana avrebbe come scopo, da raggiungere col ragionamento,
quello di danneggiare al massimo l’attività dell’organismo sensuale e
la sua rispondenza all’ambiente esterno.
ln questo modo noi esprimiamo, nella storia del fuoco, la convinzione che
anche la logica, come l’etica, abbia per l’uomo una sua ragione vitale. Per
l’uomo, logos della realtà e bios coincidono. A dimostrarcelo non è la logica,
ma l’antropologia, perché la logica, intesa come sistema sintattico, è un sistema
chiuso di concetti il quale non può trarre che dall’esterno la ragione della
sua validità. (Ricordo il teorema di Gödel e l’ormai molte volte asserito principio
di convergenza).
I principi «primitivi» della ragione e dell’etica e fra questi, preminentissimo,
il principio di causalità non sono principi «metafisici» o schemi assiomatici
teoretici, bensì sono radicati nelle operazioni vitali che l’uomo deve compiere;
e solo l’acquisizione consapevole e autentica di questa ritrovata loro potenza
endogena può risolvere un’altrimenti incresciosa situazione critica, alla
cui risoluzione le singole ricerche di dettaglio daranno poi i più utili contributi.
Nello stesso caldo interesse che i popoli moderni portano alle ricerche tecnicoscientifiche (questo è infatti il secolo dei fisici, dei chimici, dei fisiologi, dei
medici, non quello dei teorici e dei letterati) c’è il segno evidentissimo, di una ripresa, capace di superare la degenerazione intellettualistica, di una razionalità la quale sappia essere attiva partecipazione alla concreta esplicazione della realtà umana.