Vigili del fuoco e attacchi terroristici. Intervista al Comandante Triozzi.

di Redazione

Sono pochi i pompieri che possono vantare un’esperienza internazionale come quella maturata dal Comandante Robert Triozzi, a capo del Fire Rescue Development Program sotto l’egida dell’ONU. Ancora meno sono i pompieri occidentali ad aver operato su scenari di guerra, dove proiettili vaganti, esplosioni e armi sono all’ordine del giorno. Dal Kosovo all’Iraq, il Comandante Triozzi ha guidato operazioni di soccorso tra le più complesse e pericolose. Lo abbiamo intervistato perchè dopo gli attentati di Francia, Germania e Gran Bretagna, l’ipotesi di intervento in uno scenario da guerra non è così remota.

Comandante, dal punto di vista di un soccorritore, quali sono gli aspetti di cui tenere conto in caso di attacco terroristico?
Riguardo agli interventi dei vigili del fuoco in caso di attacchi terroristici ci sono più cose da prendere in considerazione.
In primis, il tipo di attacco. In base agli ultimi attacchi verificatisi in Francia, Germania, Russia e Medioriente possiamo avere tipologie diverse con diverse conseguenze sulla popolazione civile e sui soccorritori: attacchi con armi da fuoco o da taglio, ordigni già piazzati in punti strategici come metropolitane, fermate, mezzi di linea, camion lanciati tra la folle, attacchi suicida, autobombe. Ognuno di questi scenari ha delle peculiarità da valutare caso per caso. Il secondo aspetto di cui tenere conto è il luogo dell’attacco: il soccorso in un aeroporto ha aspetti logistici diversi rispetto al soccorso in una metropolitana. Pensi anche soltanto alla disponibilità di spazi in cui operare. In questi casi gioca un ruolo fondamentale il coordinamento. Terzo ed ultimo aspetto sono gli effetti collaterali: possibili cedimenti strutturali, liberazione di sostanze pericolose, incendi, dispersi, feriti più o meno gravi.
I Pompieri di Parigi soccorrono i feriti durante l’attentato del 13 novembre 2015.
In scenari particolarmente drammatici, in cui il soccorso avviene contemporaneamente alle operazioni della polizia, qual è il ruolo dei vigili del fuoco?
E’ proprio in base ai criteri che ho citato prima che bisogna stabilire il ruolo dei vigili del fuoco e la loro possibilità di portare a termine il soccorso. Spesso è automatico che la sala operativa attivi i pompieri e che vengano chiamati ad intervenire insieme alle forze dell’ordine e ai reparti sanitari. Però, personalmente, ritengo che in questa tipologia di scenario, quella di un attentato, il vigile del fuoco costituisca più una comparsa di supporto che il protagonista.  Supporto alle forze dell’ordine (si pensi alle scale utilizzate dalla polizia francese durante l’assalto al Bataclan, ndr.) e ai sanitari.
Attentato a Nizza del 14 luglio 2016.
 Qual è l’atteggiamento da tenere in questo genere di interventi?
Nonostante l’adrenalina e il disordine che in genere regnano in queste situazioni, ciò che è imperativo è che ogni pompiere badi alla propria incolumità. Questo significa attendere istruzioni dal coordinamento, stare a distanza adeguata dalle zone di operazioni delle forze dell’ordine. Quest’ultimo punto è particolarmente importante. Lo scenario viene suddiviso sempre in 3 zone: la zona rossa, in cui operano le forze dell”ordine, la zona gialla, dove si provvede all’evacuazione dei feriti e la zona verde in cui si attrezzano le aree per il triage. Se vogliamo essere pignoli, un pompiere dovrebbe stare tra la zona gialla e la zona verde. A disposizione ma non d’intralcio. Questo permette alle squadre di intervenire se necessario.
Attentato a Berlino del 19 dicembre 2016.
 E nel caso in cui l’attentato inneschi un incendio?
Come abbiamo visto negli ultimi attacchi, raramente un effetto collaterale è il fuoco. Quindi non è necessario che i vigili del fuoco stiano al centro dello scenario, se non per coadiuvare il lavoro dei sanitari. Una tattica usata spesso dai terroristi nel Medioriente, ma per fortuna non ancora in Europa, è l’innesco di un secondo ordigno una volta arrivate in loco le forze di soccorso. Questo non è mai accaduto da noi, ma resta una possibilità. Per cui, chi non fosse necessario deve tenersi a debita distanza.
Quali suggerimenti darebbe alle istituzioni?
Occorre una forte collaborazione con le forze dell’ordine che spesso devono garantire l’incolumità dei vigili del fuoco. Non può e non deve essere un’organizzazione dell’intervento improvvisata una volta scattato l’allarme. Servono dell’addestramento e delle esercitazioni congiunte per poter essere più efficaci. E’ un approccio che richiede tante risorse, soprattutto da parte delle forze dell’ordine, poichè in questi scenari sono loro i protagonisti, oltre ad essere il nostro scudo di protezione.
I pompieri del Servizio Dipartimentale Antincendio de l’Herault, sono stati tra i primi a svolgere esercitazioni congiunte con la polizia.
Ci racconta un’esperienza significativa in merito?
A tal proposito, ricordo che quando ero in Kosovo, il più delle volte eravamo noi pompieri ad essere visti come il nemico, in quanto i serbi volevano bruciare le case degli albanesi e gli albanesi quelle dei serbi. Come pompieri, arrivando appunto per spegnere l’edificio che loro volevano distruggere gli uni agli altri, non eravamo visti di buon occhio e il più delle volte venivamo attaccati fisicamente. All’epoca ho organizzato e coordinato numerosi interventi congiunti in cui la polizia faceva da scorta ai mezzi antincendio sul luogo dell’intervento e i militari della KFOR (la Kosovo Force, forza militare internazionale guidata dalla Nato, ndr.) creava un cordone impenetrabile attorno all’incendio per permetterci di lavorare in sicurezza.
Intendio a Pristina del 25 febbraio 2000. In primo piano la scorta dei militari dell’arma.