L’incidente aereo al Grattacielo Pirelli del 2002: l’opera di messa in sicurezza.

di Alessandro Andrioli

ll 18 aprile 2002 un aereo da turismo pilotato dall’italo-svizzero Luigi Fasulo, 67 anni, si schiantò contro il 26º piano del grattacielo, danneggiando gravemente la struttura esterna e sventrando due piani. La collisione causò tre vittime: il pilota e due donne, dipendenti della Regione Lombardia. L’Ing. Andrioli fu chiamato a mettere in sicurezza il complesso dopo l’incidente insieme a “uno sparuto gruppo di rocciatori”.

Volevo cimentarmi in uno sforzo di memoria, per non dimenticare quello che accadde il pomeriggio di un “lontano” 18 Aprile 2002, visto che fra pochi giorni ricorre il 15° anniversario dell’incidente catastrofico che colpì il Grattacielo Pirelli, sede di Regione Lombardia, causando purtroppo tre vittime.

All’epoca ero il Direttore dell’Impresa deputata alla ristrutturazione interna dell’intero Complesso e fino a poco prima dell’impatto i primi dieci piani erano terminati, gli ultimi quattro erano in fase di bonifica amianto e in mezzo la vita lavorativa della sede Istituzionale scorreva normalmente.

Poi la catastrofe!

 

Un aereo da turismo colpì la facciata lato Duca d’Aosta e scatenò l’inferno.

Parte dell’aeromobile uscì dalla facciata lato Filzi e si schiantò sul tetto delle Palazzine sottostanti, lasciando dietro di sé una scia di morte e devastazione.

Il 26° piano, dove risiedeva l’avvocatura della Regione, il giorno dopo, si presentava così ai miei occhi, e a terra il piano Collina dava un macabro spettacolo a tutti i milanesi.

Nessuno immagina cosa fu per me l’essere in prima fila a tamponare un tale disastro e farmi carico anche personalmente di rimettere “tutto a posto” per far ricominciare il normale flusso della vita cittadina, ma non mi persi mai d’animo, anche se alcune notti fui attraversato dallo sconforto, temendo che la mia idea di bloccare il pericolo con l’impiego delle reti da montagna e uno sparuto gruppo di rocciatori potesse rivelarsi una frana!

 

Ma non fu così! Lavorammo tutti quanti con una determinazione senza confini, di giorno e di notte per “bloccare” tutto.

Mettendo in sicurezza in una notte i quattro piani sottostanti il 26°, che aveva fatto un cedimento di quasi 30 centimetri nella campata centrale, e mentre si lavorava dentro per cominciare a riordinare, fuori arrivavano le prime reti che avevo ordinato.

Il capo squadra dei rocciatori, Ruggero Fanizza, che non dimenticherò mai, lo incontrai per la prima volta alle due di una ventosa notte di poco successiva all’evento e ci fu subito un’intesa incredibile.

Dapprima incredulo, quando salimmo subito al 31° piano e poi man mano che gli spiegavo la mia folle idea, mi rassicurò con una calma disarmante, quella di un uomo abituato al pericolo di affidare quotidianamente la propria vita ad una fune sospesa nel vuoto…

E tale e tanta fu la fiducia in quest’uomo, che a mia volta decisi di controllare con lui i lavori in “parete” superando in una volta sola, una delle più grandi paure dell’uomo moderno… il vuoto!

I giorni passavano e il lavoro aveva preso la direzione giusta, tutti i passanti avevano sempre il naso all’insù, per guardare un sipario che aveva il compito di chiudersi per essere il vero protagonista di tutto quello che stavamo facendo e finalmente a Maggio…

In neanche un mese, con lo sforzo di tutti, che ricordo uno a uno, sia che fossero in parete o dentro a sistemare, riuscimmo a riconsegnare il Grattacielo più famoso d’Italia, protetto e messo in sicurezza contro la caduta accidentale di detriti.

Ci fu una bellissima e commovente premiazione, il mio Titolare dell’epoca ritirò in rappresentanza di tutti noi, una targa direttamente dalle mani del Presidente Roberto Formigoni e a me venne conferita una Medaglia che conservo gelosamente.

Da lì in avanti successero un mare, forse meglio dire oceano, di cose per giungere al Restauro completo del Grattacielo Pirelli.

E solo grazie all’aiuto della Dott.ssa Eleonora Benza che ho potuto riassumere tutto in un bellissimo libro, da lei ideato e scritto dalle sue mani sapienti quasi dieci anni dopo.

Stampato grazie a Padre Giovanni Battista Magoni, Superiore provinciale d’Italia dell’Istituto dei Figli di Maria Immacolata – Pavoniani, che ha creato con la Tipografia Ancora la prima bozza, destinata all’epoca a diventare una edizione vera propria per la raccolta fondi da devolvere al sostegno per la realizzazione del Progetto “Effatà”, che la Congregazione stava avviando a favore di ragazze/i sordomuti, presso il Comune di Saaba, Provincia del Kadiogo, Arcidiocesi di Ouagadougou, in Burkina Faso.

Purtroppo altri eventi lo costrinsero in un cassetto… ma non è detto che possa finalmente uscirne e raccontare a tutti gli appassionati quello che fu tutta la Storia, con i vari protagonisti, sino alla riconsegna completa del Monumento restaurato.