Razzle-Dazzle: navi da guerra della prima guerra mondiale e veicoli d’emergenza moderni, una riflessione necessaria

di Max Conti

Cosa hanno in comune le navi da guerra del primo conflitto mondiale e i veicoli di emergenza moderni? Apparentemente nulla, ma se affrontiamo il discorso dei moderni mezzi di soccorso in un ottica innovativa, vedremo che paradossalmente dai vascelli di un secolo fa potremo ricavarne una qualche lezione utile.

I moderni veicoli di emergenza, siano essi di polizia o di soccorso sanitario o di soccorso tecnico, specificatamente dei vigili del fuoco o pompieri che dir si voglia, hanno beneficiato in questi anni di molte innovazioni tecnologiche del settore “automotive” rendendoli più confortevoli, più performanti e più sicuri grazie a sistemi come l’ABS, gli airbags, le cinture pretensionate eccetera. Guidare oggi un autopompa moderna nel traffico è indubitabilmente più sicuro che non con la sua omologa di venti o trenta anni fa. 

Tuttavia esistono ambiti legati alla sicurezza attiva e passiva che non hanno subito miglioramenti significativi sia per mentalità tradizionalista sia per errata concezione del punto di vista dell’utente del traffico medio; vediamo perché.         

I veicoli prioritari si affidano sostanzialmente a due sistemi di comunicazione, la sirena (con innumerevoli varianti) ed i dispositivi ottici lampeggianti, distinti in due categorie, quelli montati sulla capote del mezzo (girofari o beacons) e quelli montati sulle superfici perimetrali dei mezzi (blinkers), tutti con colori diversi in base alle normative degli Stati di appartenenza. Oltre a tali dispositivi attivi, si aggiunge la scelta della livrea del mezzo, che solitamente ha un suo schema specifico per il Corpo di appartenenza ma anche in questo caso con innumerevoli varianti. Lo schema della livrea deve da un lato comunicare alla popolazione che tale veicolo appartiene a tal Corpo di polizia o di soccorso in modo inequivocabile e contemporaneamente dovrebbe renderlo percepibile nel traffico, al fine di garantirsi la via libera in caso di corsa di emergenza.

Tutti noi conosciamo uno schema assai diffuso negli Stati Uniti per le vetture della polizia, nero e bianco: tale schema nacque agli albori della motorizzazione dei corpi di polizia, quando le vetture utilizzate erano semplici vetture commerciali con l’aggiunta di una semplice scritta “Police Department” sulle fiancate e talvolta neppure quello; nei primi tempi della motorizzazione, i veicoli commercializzati avevano una scelta di colori minima, talvolta nulla (resta famosa la frase di Henry Ford a proposito del suo vendutissimo modello T: “L’acquirente potrà averla di qualunque colore desideri purché nero!”). Di fatto le vetture erano pressoché tutte nere ma ben presto ci si accorse che tale colore le rendeva pochissimo percepibili di notte; si provvide perciò a verniciare di bianco alcune parti al fine di renderle più visibili, schema che si è perpetuato nei tempi fino ad oggi.

Tuttavia la mera “visibilità” non è un elemento sufficiente; nel mondo anglosassone, oltre alla “visibility” si utilizza perciò anche il termine “perspicuity”, che potremmo tradurre con “inequivocabilità, chiarezza”; qual è la differenza? La differenza sta nel fatto che l’utente della strada non deve solo meramente vedere il veicolo d’emergenza, ma deve anche percepire in maniera chiara, immediata ed inequivocabile che esso è un veicolo speciale che ha dei diritti di precedenza maggiori e imperativi.

A tale scopo la scelta della livrea e delle sue specificità è un elemento cruciale, che purtroppo si tende a sottovalutare, scegliendo schemi talvolta controproducenti, sia da parte della committenza che dei produttori/allestitori. 

Veniamo perciò alle citate navi da guerra del primo conflitto mondiale: che lezione possono darci i vascelli delle marine militari di un secolo fa? 

Nella prima guerra mondiale la Marina Militare Tedesca introdusse una nuova tipologia di vascelli da combattimento, i temibili U-Boot, ossia i sommergibili; queste unità, che solitamente navigavano in superficie, potevano immergersi per tempi e percorrenze limitati ma sufficienti ad approcciare subdolamente le navi nemiche e colpirle con i siluri. Per fare ciò utilizzavano uno strumento detto periscopio, un mirino che fuoriusciva dal livello del mare mentre il sommergibile si manteneva al di sotto di esso, e con il quale si indirizzavano i siluri contro le unità avversarie. Poichè i sommergibili tedeschi divennero ben presto una spina nel fianco delle potenze avversarie, si pose il problema di mascherare le navi in modo da renderle il meno visibili possibili agli U-boot. Paradossalmente ebbe il maggior successo uno schema apparentemente controintuitivo, lo schema RAZZLE-DAZZLE, ossia un guazzabuglio (parola che ci dà il significato del termine inglese) di linee e forme geometriche molto appariscenti. Proposto dall’artista Norman Wilkinson, esso si basava sull’assunto che poiché era difficile mascherare efficacemente una nave sullo sfondo del mare e del cielo, era più utile confondere il calcolo della mira con delle linee difficilmente razionalizzabili da parte del puntatore. 

Per quanto possa apparire bizzarro, la scelta dei parametri di lancio dei siluri, che doveva avvenire in una manciata di secondi da parte degli addetti al lancio del sommergibile, veniva estremamente disturbata dalle linee segmentate e scalene dello schema razzle-dazzle.

Oggi, poiché i sistemi d’arma si basano più sull’elettronica che sulla mira visiva, tali schemi di colorazione sono stati abbandonati , ma in passato essi furono adottati fin negli anni della seconda guerra mondiale. Ma quale insegnamento ci dà questa piccola storia minore? Che per molti versi, l’utente della strada, in movimento sulla propria vettura oppure sul proprio camion, spesso ha soltanto una manciata di secondi per vedere e percepire il veicolo di soccorso, in movimento o fermo che sia, e tale avvistamento + percezione avviene secondo schemi mentali e percettivi che sono vincolati dal movimento e dallo sfondo, oltre che dalle condizioni atmosferiche e dalle condizioni di illuminazione. Appare perciò chiaro che avere uno schema coerente e con forme semplici dei veicoli di emergenza è di grande aiuto per fornire un’immagine mentale inequivocabile agli utenti della strada che invece vengono tratti in inganno da schemi di colorazione mistilinei e con segmentazioni del contorno degli automezzi di emergenza.

Nelle due immagini possiamo vedere due elementi critici: l’utilizzo di linee anche diagonali nell’ambulanza e la divisione in due corpi del mezzo VVF, con l’aggiunta di linee divergenti e oblique nella furgonatura, entrambi schemi che esteticamente possono essere gradevoli ma che al colpo d’occhio dell’autista del veicolo che dovrebbe dare strada o evitare la collisione col veicolo d’emergenza contribuiscono ad una diminuzione della potenziale “perspicuity”, ossia della reale percezione del veicolo. 

E’ quindi perciò maggiormente visibile un automezzo di colore uniforme? Non necessariamente; alla livrea possiamo certamente aggiungere delle linee in contrasto oppure rifrangenti, ma lo studio della visibilità dei mezzi sulle strade ha promosso alcuni schemi e bocciato altri. Sicuramente lo schema a strisce incoerenti, il più vicino al razzle-dazzle delle marine del primo conflitto mondiale, è quello che dovremmo evitare il più possibile al fine di evitare mancate percezioni da parte degli utenti della strada che potrebbero esser tratti in inganno da patterns non univocamente interpretabili in quel lasso di tempo breve che fa la differenza fra la strada libera e un incidente.