Antincendio industriale: attività di assistenza a lavori particolari e ricerca perdite

di Stefano Rotti

Premessa

Le attività dei Pompieri Industriali sono rivolte per il 70 % alla prevenzione di incidenti ed incendi, in quanto viste le tipologie e le quantità di sostanze in gioco, ogni minimo evento può rapidamente trasformarsi in una catastrofe.

Il fatto di operare in ambiti superficialmente ristretti (gli impianti possono arrivare ad occupare qualche centinaio di ettari) non rende meno complesse le attività e gli interventi di soccorso tecnico urgente all’interno delle aree di competenza.

Nell’industria petrolifera accade di dover effettuare interventi in assistenza per prevenzione incendi in occasione di lavori particolari, quali, nello specifico, la ricerca perdite.

Il presente articolo intende delineare, sulla base di esperienze operative reali, alcune linee guida ed alcuni elementi base di cui tener conto, affinché possano essere utilizzati in ambito formativo / addestrativo e successivamente operativo per Squadre di Pompieri Industriali.

Fasi preliminari

Nell’ambito della operatività degli impianti di produzione, nonostante i severi cicli di controlli ed ispezioni ed interventi manutentivi, può accadere che si manifestino piccole perdite di fluidi di processo, a volte rilevate, prima ancora che da strumenti di analisi gas, da rumorosità particolari, normalmente legate alle condizioni di processo (elevate temperatura ed elevate pressioni all’interno di tubazioni e/o apparecchiature).

Questi eventi sono rari, ma per le criticità che possono portare con se, occorre essere ben preparati ad affrontarli, al fine di gestire una anomalia senza ulteriori conseguenze. 

Una buona percentuale di tali eventi interessa linee secondarie di piccolo diametro, spesso sotto coibentazioni.

In funzione della tipologia di tubazione interessata (linea primaria o secondaria), tipologia di fluido coinvolto e sue condizioni operative (temperature e pressione) nonché del tipo di ciclo produttivo, occorre decidere rapidamente se procedere immediatamente alla fermata dell’impianto oppure indagare ulteriormente per individuare la criticità, cosa che nel caso di linee / apparecchiature coibentate comporta necessariamente la rimozione della coibentazione.

Questo tipo di operazione è generalmente sconsigliabile per linee di grande diametro, per linee con fluidi a pressioni e temperature elevate, in quanto può portare ad evoluzioni imprevedibili a priori, come purtroppo la storia operativa insegna, con conseguenze molto serie (anche fatali in alcuni casi) per il personale chiamato ad effettuare tali operazioni.

Si pensi ad esempio all’incendio occorso nella Raffineria CHEVRON di Richmond nell’agosto del 2012.

Va pertanto dato l’opportuno “peso” alla fase di decisione preliminare su “cosa fare” in funzione dei numerosi parametri operativi che possono influenzare decisione.

Un ulteriore di cui tener conto è il tipo di impianto (inteso come ciclo produttivo). A prescindere dal valore economico legato alla perdita di una giornata operativa (che in molti impianti ammonta a diverse centinaia di migliaia di € ) occorre tener conto che quasi sempre si tratta di impianti che “non si fermano girando una chiave”. Soprattutto per impianti di conversione, possono essere necessarie ore o giorni per andare a fermare in sicurezza e senza fare danni un impianto. Pertanto la fermata di un impianto va computata da quando si toglie il prodotto in ingresso, fino a quando l’impianto è fermo, freddo e “bonificato” ovvero privato di sostanze pericolose. Poi, una volta effettuato l’intervento di riparazione, occorre ripartire seguendo il processo inverso, che richiede anch’esso tempi lunghi. Può pertanto capitare che per effettuare un lavoro che richiede una singola giornata di attività, in realtà la perdita di produzione ammonti ad una decina di giorni. 

Stante l’entità delle cose in ballo è pertanto importante avere le idee chiare per prendere una decisione. Da qui si spiega il contesto che segue.

Fase operativa

A prescindere dal tipo di decisione presa (fermata impianto oppure ulteriore indagine e scoibentazione), è necessario a nostro giudizio attuare sin da subito alcuni apprestamenti fondamentali.

Per quanto si indicherà nel seguito si comprende come il primo e fondamentale aspetto è quello del tempestivo, direi immediato , coinvolgimento della Squadra di Pompieri Industriali. Io dico sempre che “è meglio un’uscita a vuoto, che una corsa in ritardo”, nel senso che è meglio magari faticare a vuoto a predisporre tutto, senza che poi fortunatamente succeda nulla, piuttosto che dover poi correre per una vera emergenza che può diventare molto arduo contenere e controllare.

In primo luogo tutta l’area dell’impianto interessato deve essere dichiarato “Zona Rossa” e l’accesso a tale area deve essere strettamente limitato al solo personale interessato alle attività che occorre effettuare per la gestione dell’anomalia (personale di impianto, Squadra Pompieri Industriali, limitando al massimo la presenza di personale di ditte terze.

In secondo luogo, prima di avviare qualsiasi attività, la Squadra di Pompieri Industriali si posizionerà in previsione della potenziale massima estensione dello scenario prevedibile in funzione del tipo di perdita in atto (jet fire,pool fire,  rilascio senza innesco, perdita di contenimento di liquidi infiammabili, rilascio di gas tossici, eventi combinati).

Pertanto gli elementi cardine sono:

  • posizionamento “a tenaglia” (rispetto al punto di intervento) di (se possibile) 2 mezzi antincendio con questa logica: il più potente (in termini di gittata e portata del monitore di bordo) posto se possibile a tiro diretto a distanza sul punto interessato, il secondo in posizione opposta ma a “copertura” del percorso di accesso al punto di intervento (in particolare se questo si trova in quota, o in spazi “ semi confinati” come i corridoi pompe. In tal modo con il secondo mezzo è possibile garantire una “copertura” al/ai binomio/mi in intervento fornendo un percorso sicuro per evacuare la zona nel caso in cui le cose si mettessero male, fungendo in qualche modo da RIT per il binomio operativo;
  • in funzione delle situazioni tattiche e dei caricamenti del mezzo, si deciderà se il mezzo potrà operare in modalità “libera” (o “leggera” che dir si voglia) ovvero non collegato alla rete idranti, al fine di garantire una maggiore mobilità, oppure dovrà operare in modalità “fissa” (altrimenti detta “pesante”) con collegamento alla rete idranti per alimentare la pompa di bordo che sarà così in grado di attivare le dotazioni antincendio di bordo in modalità “full power”. E’ ovvio che ciascuna scelta ha i suoi pro ed i suoi contro, e solo le condizioni tattiche possono sul momento consentire di definire quale delle due soluzioni sia la migliore/ più efficace;
  • collegati il /i mezzi, ciascun autista rimarrà a presidio fisso del mezzo, pronto ad attivarli alla massima potenza di erogazione se necessario sia con acqua che con acqua / AFFF in funzione del contesto operativo;
  • se il /i binomio / mi di attacco debbono operare in quota e/o in spazi ristretti, la prima cosa da considerare è la loro protezione (essendo Soccorritori, debbono essere protetti per proteggere, sia le persone che opereranno sotto la loro tutela che le strutture interessate. Pertanto il personale vestirà il completo da intervento 469 al completo, indossando sottocasco e APVR in spalla a pronto uso (se non già indossato in funzione dei contesti operativi). Successivamente si predisporranno con lanci di manichette, manichette a Z e ad O delle linee di intervento. Normalmente una distesa di manichette di base è realizzata a partire da una mandata di un camion antincendio, con UNI 70 e poi ripartitore valvolato 70 – 2 x 45 con manichette da 45 ad O e lance a getto conico. Personalmente per questo tipo di interventi prediligo le lance con testina a denti dritti esterni, in quanto garantiscono una maggiore ventilazione ed una maggiore protezione degli operatori per il fatto che anche con il cono aperto mantengono un flusso centrale che allontana le fiamme. Inoltre lavorano in maniera ottimale con gli schiumogeni AFFF e AFFF-AR (gli unici da impiegare in questo tipo di operazioni!!!);
  • Una volta che il / i binomio/mi saranno in posizione con le manichette pressurizzate e pronti ad intervenire, si potrà allora dare l’avvio alle operazioni accessorie, intendendo con ciò la fermata impianto se necessario piuttosto che operazioni esplorative /ispettive per diagnosticare il guasto. Nel primo caso la necessità di una simile predisposizione deriva dal fatto che nei transitori di fermata, con le variazioni termiche cui apparecchiature e tubazioni sono sottoposte, una eventuale perdita potrebbe variare le sue condizioni di instabile equilibrio ed alterarsi (aumentando), e la presenza della Squadra di Pompieri consentirebbe a questo punto di imbrigliare tempestivamente ogni evento si dovesse manifestare. Nel caso invece di esplorazione / ispezione, la presenza della Squadra DEVE garantire la sicurezza del personale chiamato ad effettuare tale ricognizione. In tale contesto è di FONDAMENTALE importanza che siano ben delineate le linee gerarchiche e di responsabilità degli ambiti operativi: tradotto deve essere chiaro chi comanda e chi ad un certo punto potrebbe dire “ora basta, fermiamo tutto”. Trattandosi di operazioni delicate è fondamentale il gioco di squadra e ciascuno dei responsabili presenti sul posto deve dare il proprio contributo di esperienze e conoscenze nei settori specifici.
  • Quanto sopra si presta ovviamente (purtroppo …) a molteplici variabili date dal lay out delle aree operative, dal tipo di prodotti interessati, dal tipo di perdita, dalle condizioni meteo climatiche al momento dell’intervento, e non ultimo dal posizionamento del punto di perdita. Se questo, nel pieno rispetto delle leggi di perversità naturale, si trovasse in quota, lontano da ballatoi / scale di accesso, potrebbe essere necessario il ricorso ad una PLT Antincendio o ad una AS. In quel caso è opportuno che vengano impiegate come Fly Boom, nel senso di inviare su solo i cestelli dotati di monitore, operandoli dalla ralla dei mezzi, evitando così di mandare in quota personale che sarebbe tremendamente esposto in caso di evoluzione negativa dell’evento. In alternativa potrebbero essere di fondamentale ausilio piccoli monitori portatili (da 800 – 1.000 lt/min o da 2.000 – 3.000 lt/min) su tripodi ripiegabili, che possono essere facilmente dispiegati e posizionati anche in aree anguste ma che con i loro 40 m (i primi) 60 m (i secondi) potrebbero dare un contributo fondamentale all’intervento in punti difficili da raggiungere con i monitor di bordo dei mezzi antincendio.

Le posizioni e le predisposizioni vanno mantenute sino al completamento delle operazioni di messa in sicurezza della perdita / dell’anomalia. La Squadra di Pompieri dovrà restare concentrata sull’obiettivo per tutto il tempo, e nel caso in cui i tempi di intervento fossero significativi (diciamo al di sopra delle 6 h, ma condizioni climatiche particolari come elevata temperatura ambientale potrebbero costringere anche a tempistiche inferiori) è bene prevedere il ricambio degli operatori (pompieri e autisti) e del supervisore (Capo Squadra o Capo Reparto) al fine di garantire sempre la giusta dose di concentrazione e consapevolezza della responsabilità della incolumità del restante personale operativo.

Fase conclusiva

Terminata la messa in sicurezza non resta che rifar su tutte le manichette, raccogliere il materiale a terra (lance, divisori, monitori portatili, e rientrare in caserma). Se nulla è successo, si può essere soddisfatti di aver compiuto un buon lavoro.

Vale anche in questo caso la buona regola di effettuare un De-Briefing a caldo con il personale intervenuto, per analizzare pregi e difetti dell’intervento, focalizzare l’attenzione su eventuali criticità emerse in corso di operazioni.

I De Briefing sono fondamentali anche per il travaso di esperienze tra i vari turni di pompieri, al fine di stratificare le conoscenze e non disperdere le esperienze vissute, ma anzi per usarle come spunti di crescita costanti.

Infine una nota organizzativa. Tutti viviamo sulla nostra pelle le ristrettezze in termini di risorse, ma l’analisi mediante ICS di interventi di questo genere e, prima ancora, dei possibili scenari emergenziali, dovrebbe consente di definire in maniera asettica la consistenza delle Squadre di Pompieri Industriali. 

Cerco di spiegarmi meglio. Se debbo ipotizzare un intervento semplice con APS da cui si diparte una distesa di manichette di base (UNI 70 < 2 x 45, lance FOG) la regola vorrebbe: 1 VF al mezzo, 2 binomi per ciascuna manichetta, 1 CS che coordina i binomi, ecco che il numero di uomini della Squadra è composto come minimo da 6 unità. A questo punto la scelta può essere legata al tipo di mezzo antincendio disponibile. Se ho solo un singolo camion, questo dovrà essere un doppia cabina in grado di ospitare tutta la Squadra. Oppure potrei optare per una APS doppia cabina, ma il CS si muove con un pick up per arrivare più velocemente sul target in modo da poter effettuare una veloce ricognizione e fornire alle APS in arrivo le indicazioni tattiche per i posizionamenti più corretti. A questo punto si può conservativamente optare per 3 mezzi con cabina singola, in modo da garantirsi uno “spare” in termini di operatività nel caso uno dei mezzi dovesse avere un guasto in emergenza (ricordate sempre la legge di perversità naturale! Altrimenti nota come Legge di Murphy). Il CS, con 1 autista sul pick up veloce, e poi equipaggi di 2 VF su ciascuna APS. 

Giunti sul posto, mentre il CS effettua un 360° (se possibile) intorno al target, i binomi n arrivo piazzano i mezzi, ed individuato il mezzo “pivot” dell’intervento lo allestiscono per poi costituire i binomi di attacco, secondo schemi pre costituiti in modo da velocizzare al massimo le operazioni. L’assegnazione di nomi in codice radio “asettici” legati ai ruoli e ai mezzi sono un ottimo ausilio per chi deve coordinare le operazioni. Se in una certa posizione voglio il 2 assi, mentre il 3 assi deve restare di conserva, non mi devo ricordare il nome dell’autista. Via radio si chiamerà, ad esempio, “Alfa 2 in posizione xy. Allestimento leggero. Distesa di manichette di base”. Con questi pochi ordini la Squadra, conoscendo già gli schemi di attacco è in grado in poco tempo e senza incertezze, di allestire il mezzo e le linee di attacco.

E’ certamente possibile “strizzare” la struttura, ma ciò a scapito di operatività e, lasciatemi dire, a scapito della sicurezza operativa dei componenti della Squadra stessa. Per rimanere legati all’esempio di cui sopra, si potrebbe in linea teorica limitare ai soli due lancisti i “binomi2 che verrebbero a questo punto dimezzati. Ma ciò a scapito della resistenza fisica ad un intervento prolungato, perché giocoforza l’uomo al mezzo dovrà stare molto più attento alle pressioni in lancia per non stressare troppo fisicamente il lancista che verrebbe chiamato a sforzi significativi in caso di superamento di pressioni operative di 7 bar alla lancia con portate superiori ai 350 L/min.